Lo scorso anno Roberto Perrone ci portò in giro per l'Italia della pallanuoto parlando di ristoranti e specialità. La sua rubrica «Calottina e forchetta» ebbe un grandissimo successo. Poteva il nostro Perri's Bite distrarsi dopo un oro mondiale? Certamente no e ci ha donato quest'articolo pubblicato oggi da "Il Foglio" . Da leggere tutto d'un fiato !

                                              VINCENTI E SCONOSCIUTI, CHI SONO GLI EROI DEI QUATTRO MONDIALI DI PALLANUOTO
Storie di triestini, liguri, napoletani, oriundi. I mancini che hanno deciso le finali, gli amori, le fatiche, le leggende e le tragedie di oltre settant’anni di trionfi.

Chiedimi chi era Cesare Rubini. O Eraldo Pizzo. O Fritz Dennerlein e Paolo Caldarella e del perché li mettiamo insieme. O Gianni Lonzi e Gianni De Magistris. O Peppino e Marco D’Altrui. O Franco e Pino Porzio. O Mario Fiorillo e Sandro Campagna. O Maurizio Felugo. O Gonzalo Echenique e Mike Bodegas. E soprattutto Sandro Campagna. Questa è la gente, queste sono le storie della Santa Waterpolo, che proprio una settimana fa ha conquistato il quarto titolo Mondiale. Come sport di squadra la pallanuoto è arrivata ai Giochi Olimpici nel 1900, con il calcio, ma da allora ha vinto di più: 4 Mondiali, 3 Olimpiadi, 3 Europei. La “Santa”, come la chiamiamo noi, adepti della sua religione, conosce la sofferenza. Non vorrei sembrare un vecchio trombone (un po’ sì). Mi cito: “La waterpolo è una metafora della vita: non basta stare a galla, devi anche tenere in mano un pallone e menare le mani perché non te lo portino via. Insomma, insegna che per conquistarsi qualcosa non basta solo il minimo indispensabile”.
Il concetto l’ho espresso in un periodo di magra, nel 2008, prima che Sandro Campagna tornasse alla guida del Settebello e ci riportasse in quota.

Ma che ogni tanto la Santa Waterpolo d’Italia vince, lo sapete anche voi che seguite solo il calcio, dal campionato di Serie A alla Bobo Summer Cup, magari qualcuno di larghe vedute il basket, qualche avanguardista il volley, tanti il rugby di cui si parla come esempio di sport ruvido, pulito, franco, cioè gli stessi valori della pallanuoto che vince, però, al contrario del rugby. Ma gli “ovali” hanno una copertura mediatica priva di senso. Mah. Parliamo quindi di ragazzi, di uomini, di vita.

Come quella di Cesare Rubini, nume tutelare del basket italiano. Nel 1948 alla prima Olimpiade dopo la catastrofe, a Londra, Cesare dovette scegliere tra la waterpolo avviata verso la santità e il basket. Scelse bene e lui, triestino, con i ragazzi napoletani della Rari Nantes, conquistò il primo oro in calottina. Invece, poco prima di Roma 1960, Federico “Fritz” Dennerlein, padre tedesco e madre romena, nato a Portici, fratello di Bubi, storico allenatore di Novella Calligaris (in acqua panta rei, tutto è fluido), decise di tentare la sorte sui 200 farfalla e mollò il Settebello. Fritz arrivò quarto, la Santa bissò l’oro di Londra. Perché lo uniamo a Paolo Caldarella, centroboa del grande Settebello di Ratko Rudic 1992-1995? Perché Fritz, che aveva allenato Paolo in Nazionale, morì in un incidente stradale nel 1992. Un anno dopo la stessa sorte toccò a Paolo. Il gigante buono scomparve in sella alla sua moto sulla statale Siracusa-Floridia. Stava tornado al casa dall’Università. Aveva rimesso mano agli studi, malgrado gli impegni e gli mancavano due esami alla laurea in biologia. Dopo l’oro di Barcellona ’92, aveva appena conquistato l’Europeo di Sheffield, arrivando poco prima delle semifinali. Sua madre era mancata un anno prima e suo padre non stava bene. Non voleva lasciarlo. Ratko Rudic gli aveva detto: “Vieni quando vuoi, il posto è tuo”. Lui arrivò e vinse la medaglia d’oro che gli fu rubata in hotel. Scusate di nuovo, eh, ma sono andato a rivedere quello che scrissi il 28 settembre 1993 sul Corsera: “La vita con Paolo Caldarella è stata fetente. Verrebbe voglia di spingerla giù, sott’acqua, dove gli avversari cercavano di cacciare lui”.

La Santa Waterpolo racconta leggende, come quelle di sette ragazzi di vent’anni che andarono a giocarsi lo scudetto alle finali di Trieste nel 1959. Venivano da un paese di seimila abitanti, raso al suolo durante la Seconda Guerra mondiale per colpa del ponte ferroviario, bello lungo e in bella vista al centro del borgo. Gli aerei alleati vennero quasi trenta volte a bombardare. Recco è l’unica città della Riviera senza un carruggio. Però ha la focaccia col formaggio IGP e la Juventus della pallanuoto. Per vedere il primo titolo partirono con ogni mezzo dalla cittadina, perfino in Vespa. La pallanuoto in Liguria si giocava in mare, praticamente il campo era delimitato dalle barche degli arbitri e dei tifosi. Spesso i colpi di remo non servivano solo a spostare i gozzi. Pizzo esordì nel porto di Camogli “nella parte più riparata perché c’era bulesume”. Bulesume è quando il mare sta a metà tra calmo e mosso. Caimano lo divenne perché un portiere avversario lo vide avvicinarsi a pelo d’acqua, sporgevano solo gli occhi. “Guarda che ti ho visto, Caimano”. Eraldo con il Recco ha vinto 14 scudetti, una Coppa Italia e una Coppa dei Campioni dal 1959 al 1974. Poi si è tolto altre soddisfazioni.

Nella Santa abbiamo fratelli come Franco e Pino Porzio che con altre famiglie napoletane diedero vita al ciclo del Posillipo, da metà anni Ottanta. Franco era mancino. Ah, i mancini nella Santa sono fondamentali, perché trovano traiettorie particolari, specialmente da posizione 1, quella più a destra per chi attacca. L’Ungheria che dominò nel primo decennio del Terzo Millennio ne aveva quattro. I mancini sono preziosi, così il nostro agli ultimi Mondiali, è un oriundo: Gonzalo Echenique, argentino di Rosario, come Leo Messi. Grazie a un bisnonno siciliano, tre anni fa, ha ottenuto passaporto e calottina. E una trisavola di Rivalta Bormida ha reso nostro concittadino e centroboa il francese Mike Bodegas che in finale contro la Spagna ha segnato il gol più bello, una “beduina” all’ultimo secondo. Entrambi hanno giocato nel Recco di cui è presidente Maurizio Felugo, oro mondiale (2011) e argento olimpico (2012). Nove tatuaggi e un rimpianto: “Sarei potuto essere un grande calciatore, ho i piedi che cantano”.

Riguardo agli oriundi forse il più famoso è il cubano Amaurys Perez, italiano per amore (ha sposato la calabrese Angela Rende), un colosso che è passato dalla Santa alla tv, partecipando a tutti i reality possibili e immaginabili. Eppure gioca ancora, nel Latina.
Ai tempi di Franco Porzio, l’altro mancino era Amedeo Pomilio figlio di Gabriele l’uomo che creò il grande Pescara e fu responsabile della Nazionale nel periodo d’oro di Rudic. Fu lui a portarlo in Italia. Gabriele aveva giocato a pallanuoto con Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer. A Pescara ingaggiò anche lo spagnolo Manuel Estiarte, chiamato “il Maradona in calottina” che in Abruzzo trovò moglie. Dopo aver vinto tutto, Manél è diventato l’uomo-ombra di Pep Guardiola. Lo segue ovunque e il più ricercato allenatore del mondo spesso segue lui sulle spiagge pescaresi. Abruzzese è anche Marco D’Altrui, oro a Barcellona nel ’92, figlio (d’arte) di Peppino che vinse l’Olimpiade del 1960.

A quell’Olimpiade c’era anche Gianni Lonzi, esponente di spicco della scuola fiorentina. Giocatore, allenatore e dirigente, in quell’estate romana, densa di medaglie e di amori (la storia impossibile Berruti-Rudolph) conobbe la schermitrice veneziana Antonella Ragno e la sposò. Antonella il suo oro lo vinse a Monaco 1972, nel fioretto. Gianni allenava il Settebello dell’argento olimpico del 1976 e del titolo iridato del 1978. Di quella squadra era leader un altro fiorentino, Gianni De Magistris, 16 volte capocannoniere del campionato dal 1969 al 1985. Saltò il 1974 per via del servizio militare. Giocava con le Fiamme Oro, in B, e di gol nel segnò 122. Capitano della Nazionale per un paio di decenni, un po’ Gigi Riva un po’ Gian Burrasca. Apostrofò il presidente Sandro Pertini: “Ha preso l’aereo per andare a riportare in Italia gli Azzurri che avevano vinto la Coppa del Mondo di calcio in Spagna. Doveva fare lo stesso con noi a Berlino”.

Il trait d’union tra passato e presente è Sandro Campagna, sorta di Conte della Santa, non solo perché è juventino sfegatato. Come Antonio, era tecnico già in acqua. Formava un duo geniale e geometrico con il napoletano Mario Fiorillo, più serio ma altrettanto estroso. Sandro era un po’ farfallone (fuori vasca). A 21 anni venne ferito gravemente da quattro colpi di pistola sparati da un rivale in amore. Per fortuna è potuto tornare a giocare e poi è diventato l’erede di Ratko Rudic in panchina, regalandoci altri nomi e altre storie da raccontare, nel nome della Santa.



 

06 / 08/ 19

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