Una rocambolesca salvezza lo scorso anno, il primo in massima serie. Una società fondata da suo padre Mattia, che da lassù continua a tifare per i ragazzi allenati da suo figlio. Simone Aversa, prima giocatore, oggi tecnico e presidente del Torino’81 non pensa minimamente ad una retrocessione.

La classifica non è delle migliori…
Non siamo contenti ovviamente, ma la squadra è in grado di ribaltarla già dal prossimo turno. Il girone di andata è stato particolare, alcuni risultati ci sono sfuggiti di mano per ingenuità, so che la squadra può fare molto meglio e conquistare la salvezza. Sarà difficile ma tredici giornate sono tante per fortuna.

A cosa si deve la partenza a rilento?
Questa estate abbiamo cambiato il meno possibile puntando sul nucleo storico. Ci siamo sempre allenati bene ma abbiamo faticato a trovare l’amalgama con i nuovi arrivati. È fisiologico, soprattutto per chi ha cambiato ruolo rispetto a determinate sue caratteristiche. C’è da dire che sono tutti ragazzi splendidi e volenterosi, si comportano e si allenano da professionisti pur non essendolo. Chi lavora, chi studia, tutti hanno una famiglia. Devono quindi dividersi tra la propria attività e gli allenamenti, e non è assolutamente facile.

Magari l’entusiasmo della prima stagione in serie A1 si è affievolito?
Anche questo è da mettere in conto, e credo sia anche umano, un calo di tensione ci sta. L’anno scorso ad esempio nei giorni che precedevano la gara contro il Recco erano tutti carichi al massimo, stavano per giocare contro i mostri sacri che avevano visto fino a quel momento solo in TV. Quest’anno il tono era più normale, quasi una sorta di piccola assuefazione. Non che pensassi ai play off, intendiamoci, ma qualche passaggio a vuoto potevamo evitarlo.

Le prime due partite del girone di ritorno appaiono però proibitive
Incontreremo Sport Management e Recco. Il nostro percorso comincerà dalla terza giornata, non si potrà fare punti con tutte di sicuro, ma nel girone di ritorno le partite avranno un altro sapore, i problemi e gli errori di inizio stagione saranno superati, il gruppo sta rispondendo molto bene. Ci saranno molti scontri diretti in casa, se da un lato la salvezza in regular season è compromessa per i pochi punti finora ottenuti, dall’altro siamo in crescita e potremo fare molto bene, provandoci fino alla fine. Se così non fosse arriveremo ai play out pronti a giocarcela senza paura.

La città invece come vive la pallanuoto?
Torino è votata allo sport per fortuna. A parte il calcio, che la fa da padrona un po’ ovunque, c’è un bel seguito in tutte le discipline. La piscina non è mai vuota, anzi, ci sono state volte in cui tanta gente non è riuscita ad entrare pur avendo una capienza di 600 posti. Da un lato dispiace, ma ovviamente non può fare che piacere sapere che siamo amati. La città risponde bene allo sport, la squadra è per gran parte formata da torinesi, hanno anche un seguito personale. A questo si aggiunge il lavoro fatto negli anni, il movimento pallanuotistico abbastanza vivo con altre squadre nelle serie minori e l’amministrazione comunale che ci è stata sempre vicino. Creato l’evento, che sia calcio, basket, pallanuoto ma anche pallavolo con la nazionale, la città è presente.

La sua è una figura particolare, presidente e allenatore. Difficile gestire il doppio ruolo?
Effettivamente non è una situazione che capita spesso, tutt’altro. La cosa è nata qualche anno fa con le dimissioni del mio predecessore. La classe dirigente si stava formando, si pensò a mio padre ma per problemi personali non se la sentì e quindi la scelta cadde su di me. Ho assunto la carica sapendo di non essere solo, ci sono consiglieri validissimi che mi affiancano, tutti ex atleti o comunque persone vicine alla società e allo sport con le quali è stato fatto un grande lavoro. Col tempo la mia figura è diventata più istituzionale e giuridica che operativa, consentendomi di dedicarmi maggiormente al settore tecnico. Certo è difficile programmare senza avere un impianto tutto nostro, spesso dobbiamo “mandare a casa” dei ragazzi per l’impossibilità di seguirli, e questo fa male.

Un legame indissolubile con la squadra quindi. E se arrivasse una telefonata alla quale non si può dire di no? Ragionerebbe col cuore o con la testa?
(pausa di riflessione, ndc) In passato, da giocatore, occasioni di giocare in squadre più blasonate, anche in serie A1 ne ho avute, ma ho scelto di restare qui per ragioni di cuore. Ad essere sincero non immaginavo di diventare allenatore fino a quando non me l’hanno chiesto. Farebbe sicuramente piacere la considerazione di società importanti, ma al momento non riesco ad immaginarmi lontano da qui, Torino e la squadra sono parte di me. Mai dire mai, ma la vedo un’ipotesi molto remota... a meno che la mia compagna un giorno mi costringa ad andare a vivere vicino al mare, lei che lo ama tantissimo

 

06 / 02/ 18