Ha avuto tanta pazienza ma alla fine il suo momento è arrivato. Prima in staffetta con Tempesti a Rio, ora la World League, prologo del più importante impegno mondiale di Budapest. Marco Del Lungo si appresta a vivere una nuova e più intensa esperienza.

E se all’improvviso dovesse tornare Tempesti? Se decidesse di continuare la sua avventura in Nazionale?
Stefano è immortale, se se la sentisse ci giocheremmo ognuno le proprie carte con il massimo dell’impegno e del rispetto reciproco. Se dovessi andare in panchina avrebbe ancora una volta dimostrato le sue qualità, quindi sarebbe per il bene della squadra che viene prima di ogni cosa.Con quale spirito ha vissuto gli anni di attesa?

Uno spirito costruttivo, la Nazionale è un’avventura diversa rispetto al club sia per i tempi, più ristretti e molto concentrati, sia per il tipo di lavoro come singolo e come squadra. E poi quando si parla di Nazionale si parla di elite a livello tecnico, far parte del gruppo già da giovane mi ha permesso di crescere. Riguardo agli anni di attesa, beh, stiamo parlando di Tempesti, avevo solo da imparare allenandomi con lui.

Una cosa è certa: alle Olimpiadi non ha assolutamente demeritato, anzi
L’anno scorso è stato particolare per l’infortunio di Stefano. Il CT per forza di cose mi ha responsabilizzato più che in passato, io mi sono messo a disposizione della squadra per dare il mio contributo e cercare di farlo rimpiangere il meno possibile. Ci siamo alternati in varie occasioni, si è creata una bella sintonia tra noi. Fanno piacere i complimenti, ovviamente l’emozione c’era, soprattutto all’esordio coinciso con la prima partita, ma passato il primo impatto bisogna pensare a tutto il resto.

Parlando di esordio, come è stato quello tra i pali del Brescia? A 21 anni in una squadra di vertice, arrivando da Civitavecchia non è poco
Ero arrivato ad un bivio e dovevo scegliere cosa fare da grande. Ho avuto l’opportunità di andare a Brescia e giocare titolare, ho capito che non dovevo farmela scappare. Un cambiamento radicale rispetto alla precedente esperienza, a cominciare dalla città ovviamente, poi l’ambiente, i compagni il modo di pensare e il tipo di preparazione. Ero un ragazzino e giocavo con chi aveva partecipato a Mondiali e Olimpiadi (Calcaterra, Binchi, Mammarella per citare qualcuno, ndc), non è da tutti.

Il suo ruolo richiede anche capacità di comunicare con i compagni durante la gara, di guidarli dalle retrovie. Imbarazzo e/o timore reverenziale nei confronti di questi campioni?
In genere il marcatore del centro chiama la difesa mentre il portiere da il suo contributo per fare in modo che tutti si muovano in una determinata maniera per ottenere il massimo dalla difesa. È stato difficile all’inizio, ero giovane e facevo un po’ di fatica e come ovvio gli errori e i rimproveri sono arrivati. Poi con il lavoro e l’impegno costante ho iniziato a capire le varie dinamiche, ho imparato a “leggere” le varie situazioni di gioco in anticipo e le cose sono andate sempre meglio.

Riavvolgiamo il nastro. È diventato portiere per caso o per scelta?
All’inizio, da ragazzino giocavo in attacco. Non mi piaceva più di tanto quel ruolo, dopo il primo anno ci fu un momento in cui mi misi in porta per gioco e da lì è cominciato tutto, ho scoperto la mia vera indole e non sono più uscito dai pali.

Quindi è vero che portieri si nasce, non si diventa…
Credo proprio di si. Quando ero a Civitavecchia allenavo i bambini della categoria acquagol. C’erano quelli che cercavano la palla per giocarla e quelli che senza rifletterci più di tanto andavano in porta a parare, sentivano subito loro il ruolo. Ho capito che questa cosa è vera, il portiere ha una sua indole e prima o poi viene fuori.

Un ruolo particolare senza dubbio. A cosa pensa durante le azioni di gioco?
Per quanto mi riguarda pensare la trovo una cosa negativa, toglie tantissime energie mentali che servono alla lettura immediata e all’evoluzione del gioco, cerco di tenere la mente sgombra per concentrarmi sull’azione e coordinarmi con i compagni. Diciamo che a monte c’è lo studio della squadra avversaria per cercare di prevedere cosa vorrà fare, poi tanto istinto e col tempo anche esperienza.

Da giovane si è cimentato come allenatore, ci ha raccontato. Vede la panchina nel suo futuro?
Mi piacerebbe restare nel mondo della pallanuoto una volta appesa la classica calottina al chiodo. Non so se come allenatore, dirigente o altro. Ho ottimi rapporti con la mia precedente società, per cui non chiudo nessuna porta, ma è ancora un po’ presto per poter prendere questa decisione.

 

15 / 06/ 17

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