La sua condivide il primato di unica squadra composta da soli italiani assieme alla Canottieri Napoli. Ma ne detiene uno in solitaria, quello di avere solo romani, di nascita o di adozione (i due portieri) in squadra. E tutto questo in massima serie. La Lazio quindi è un fenomeno da studio in uno sport come la pallanuoto che, pur non avendo grosse risorse da investire (tutt’altro), ogni anno vede arrivare nuovi stranieri, che il più delle volte non hanno niente da invidiare agli italiani. Wikipedia lo definisce “artista pop” ma lui ci tiene a precisare che si tratta di una goliardia di ex compagni di squadra («mi piaceva dipingere, ma niente di che a dire il vero, e mi hanno preso in giro», racconta)
Claudio Sebastianutti, bandiera della Lazio da giocatore ed oggi suo allenatore, gestisce con tanta umiltà il suo nuovo ruolo.

Sulla carta il settimo posto della Lazio era fuori da ogni pronostico
Effettivamente è così. Siamo partiti con l’idea della salvezza e continuiamo ad averla nonostante l’attuale posizione in classifica. La squadra è molto giovane anche se ha già una buona esperienza in serie A1 ma non ci montiamo la testa, tolte le prime tre che fanno un campionato a parte, Canottieri e Savona appena dopo di loro, dietro è tutta da giocare, bastano un paio di giornate negative per ritornare nella bagarre play out. Noi vogliamo chiudere il campionato senza passare per gli scontri diretti ma non sarà facile fino all’ultima gara.

Torniamo un po’ indietro. Come nasce questa sua avventura in prima squadra?
Devo ringraziare la società che da sempre mi dimostra fiducia. Ho cominciato da giocatore e non mi sono mai mosso dalla Lazio, poi si è presentata l’occasione a fine carriera di gestire due impianti che la società aveva acquisito, grazie anche agli studi che avevo fatto in management di strutture sportive. Contemporaneamente ho avuto la panchina delle giovanili biancocelesti ed è stata un’esperienza stupenda coronata poi dal titolo giovanile nel 2016.

Come è stato l’impatto con la prima squadra?
Devo dire ottimo. Sono stato molto fortunato, l’ambiente era quello in cui sono cresciuto, la società mi ha dimostrato massima fiducia, e poi il fatto di avere molti giocatori che provengono dal gruppo del 2016 mi ha facilitato moltissimo l’inserimento in questo ruolo non facile.

Ha avuto però dei buoni insegnanti in questi anni
Fantastici direi. Già da giocatore sono stato allenato da Pierluigi Formiconi. Quando ho lasciato la pallanuoto giocata sono stato in panchina accanto a lui per 3 anni contemporaneamente alla gestione delle squadre giovanili ed è stato fondamentale per me guardare il suo modo di gestire gli allenamenti e le partite. Lui vive di pallanuoto, a fine allenamento si tratteneva con me per spiegarmi tante cose, mi chiedeva cosa pensavo e come volevo impostare le situazioni, quasi mi interrogava (sorride, ndc). E poi l’anno scorso sono stato accanto a Massimo Tafuro, un maestro della metodologia di allenamento, da lui ho imparato tanto nella gestione, nella preparazione e nell’impostazione dell’allenamento. Entrambi amano insegnare, due mondi molto diversi ma se riesci ad unirli è il top.

Prima della panchina però una stagione sui generis, una promozione dalla serie B alla A2 con la Roma 2007
È nato tutto per caso. Dopo un’operazione alla spalla non pensavo di tornare a giocare, poi si è presentata l’occasione con una squadra giovane ed ambiziosa ed è stato molto divertente essere con loro, davvero una bella esperienza, tre finali play off tirate al massimo contro la Cesport (approdata quest’anno in cadetteria, ndc), una squadra che giocava molto bene.

E con i giovani continua a lavorare anche oggi. Riscontra difficoltà per loro nel rapporto scuola/allenamenti, nella gestione degli spazi acqua in un periodo in cui hanno bisogno di tanta formazione tecnico-tattica?
Enormi purtroppo. In una città come Roma, più grande rispetto a tante altre, ci sono ragazzi che impiegano 1 ora nel tragitto casa scuola, e anche più per venire agli allenamenti. Arrivati in piscina ci troviamo ad allenarci solo con metà vasca ed una porta a disposizione dovendo dividere la vasca con altre squadre, sono anni che si fanno miracoli in questo senso. Non ultimo il fatto che non c’è dialogo tra scuola e sport, non esiste una meritocrazia sportiva nella scuola come in altri paesi, tanti vanno all’estero per coniugare le due cose. Se il problema impianti è un problema nostro è altrettanto vero che c’è un problema di mentalità che necessita di una riforma scolastica, sembra se ne parli, speriamo si riesca a concretizzare qualcosa di veramente buono.

Per chiudere, torniamo in casa Lazio. Dove può arrivare?
Secondo me molto lontano nei prossimi anni, a patto che i ragazzi ci credano, prendano consapevolezza e diano il massimo. Penso al girone di ritorno della scorsa stagione, strepitoso rispetto all’andata. Questo perché hanno iniziato a rendersi conto che potevano davvero fare qualcosa di buono e ci hanno creduto. Non abbiamo stelle in squadra, per cui è il gruppo de deve venire fuori e lo sta facendo, consentendo anche ai singoli di emergere e dimostrare le loro qualità. Alcuni sono già sotto osservazione dal CT Campagna (Cannella è stato di nuovo convocato per il common training in Germania, ndc), ma molti altri hanno grosse potenzialità. In linea generale e non solo in casa Lazio, rispetto a qualche anno fa si esplode più tardi perché manca la classica “fame” in tanti ragazzi, ma è un problema generazionale. Le potenzialità spesso ci sono ma quando non si da il massimo dell’impegno in ogni allenamento la maturazione rallenta ed è un peccato.

 

12 / 01/ 18

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