La ripartenza dello sport, dopo il lungo stop primaverile, non sembra procedere con una buona stella. Contagi al nord, contagi al sud. Querelle sui protocolli. Schermaglie che “puzzano” di politica, ma che alla fine tendono ad ignorare la salvaguardia della salute pubblica.

Fondamentalmente non si deve disperare se un atleta è o no positivo. E’ un atleta, ha una preparazione fisica eccelsa: il vero problema non è il calciatore, il pallanuotista, il rugbista. Il vero problema è quello che hanno intorno. La famiglia, i vicini di casa, gli amici: non tutti sono atleti, non tutti hanno fisici da bronzi di Riace. E tanti hanno patologie che, se attaccate dal covid, possono avere conseguenze gravi.

Il dibattito pubblico che da giorni sta imperversando sui media, sembra non considerare questo aspetto. Sembra infischiarsene se tizio o caio possono contagiare il nonno o la nonna. Ed è grave che presidenti di leghe o federazioni sportive non tengano conto di questi aspetti.

Il mondo della pallanuoto, fermato in malo modo, adesso si interroga sul da farsi. Da una parte atleti e tecnici che rischiano di non vedere remunerato il loro lavoro, dall’altro i proclami roboanti dei manager sportivi che lamentano costi incredibili per i controlli.

Sarà forse come scoprire se è nato prima l’uovo o la gallina, ma i signori della FIN, in tutti questi mesi cosa hanno pensato? Cosa hanno studiato? Cosa hanno immaginato? Forse sarebbe sparito tutto? Forse bastavano dieci paginette scritte di fretta e furia per mettere con le spalle al muro il covid?

Suvvia dalla fine di aprile al 2 ottobre, il tempo a disposizione c’era. Bloccare il campionato, giustamente vista l’evolversi della situazione, ci stava. Ma certamente non il giorno antecedente la sua sua partenza. L’essersi impegnati per “organizzare” il congresso, aver distolto l’attenzione dalla realtà sportiva per preoccuparsi solo di come accaparrarsi una poltrona, ha portato il movimento ad una crisi esistenziale che rischia non solo di ridicolizzare lo stesso sport, ma di comprometterne la sua esistenza.
Aver messo per mesi i dipendenti in cassa integrazione, accollando il loro costo allo stato, a che  è servito? Forse sarebbe stato meglio preparare con loro la ripartenza, e non improvvisare tutto in una settimana?

Paolo Barelli, ha rotto il silenzio:«Queste norme mettono in pericolo gli sport di squadra». Ma lui diversamente cosa propone? Forse la FIN ha pensato, ha cercato, ha realizzato un accordo con un’ente per riuscire ad avere a costi agevolati i tamponi? Forse la FIN ha proposto di partecipare ai costi di produzione di questi tamponi? Il protocollo della federazione “consiglia” di eseguire una tantum i tamponi. Forse così non si ammazza lo sport di squadra?
E’ facile “parlare” di politica da politico, difficile parlare di sport da sportivo. Perchè o si è sportivi nel dna, o la propensione a commettere errori di distrazione si amplifica notevolmente.

Non ci sono virologi, medici, scienziati fra le menti pensanti della Federnuoto: ci sono avvocati, commercialisti, ingegneri. Ma che cognizioni hanno in materia di contagi? A Palermo e Savona, durante i concentramenti di Coppa Italia si sono viste scene di “ammucchiate” vergognose in barba allo stesso protocollo federale.
Loro, consiglieri e dirigenti, dove erano?

 

 

06 / 10/ 20