Tre parole per raccontare Tibor Benedek, campione straordinario e inimitabile. Classe, umiltà, dignità.
La prima: un dono, il talento naturale sublimato.
La seconda: la capacità di alimentare la prima caratteristica, tenerla viva, farla crescere.
La terza: un marchio indelebile dentro e fuori l’acqua, anche al momento di uscire di scena.

«Lascio la pallanuoto, ho avuto tutto, resto tifoso», aveva detto pochissimo tempo fa Tibor, per gli amici Tibi. Motivi privati, aveva definito quel male cagnaccio che non lo aveva mollato, gli era stato addosso come nessun avversario mai era riuscito a fare in vasca.

Un campione nello sport, una persona splendida nella vita. Basta leggere i ricordi commossi di chi aveva avuto l’onore e la fortuna di stargli accanto, di giocare con lui. Un ricordo recente, personale, frutto di una chiacchierata con Stefano Tempesti, che ricordava: «Quando parlava Tibor, nello spogliatoio, non volava una mosca». E lo faceva senza alzare la voce, non ce n’era bisogno, magari accompagnando le parole con quello che il Caimano Pizzo definisce «il suo sorriso dolce».

Il carisma, il senso del gruppo, l’appartenenza: tutti valori peculiari di Tibor, che con quell’umiltà che lo portava ad allenarsi più degli altri, a curare ogni dettaglio, a non tralasciare neanche il più piccolo particolare aveva anche voluto imparare, da due maestri recchelini doc, a preparare la focaccia col formaggio e il gelato, specialità che aveva riproposto a Budapest.

Recco nel cuore. Lo aveva raccontato nell’intervista per il libro sulla storia della Pro Recco. E se lui era uno dei fenomeni dell’incredibile stagione 2011-2012, non nascondeva le emozioni del primo ciclo con la calottina biancoceleste, quello in cui la Pro Recco, con Fabrizio Parodi al comando, aveva ricominciato a vincere e a scrivere pagine dell’epopea.

Queste le sue parole:
«Mi sono sentito coinvolto, parte di qualcosa che stavamo facendo tutti insieme. Credo che tutto dipenda dai primi tre anni: erano quelli della rinascita della Pro Recco. Era ricominciato un ciclo. Sentivo tantissimo il supporto della città. E il motore di tutto era Jesus Rollan. In città ci conoscevano tutti, sentivamo l’affetto della gente. Penso a quel periodo e rivedo i tifosi che si buttano in acqua, felici, per festeggiare con noi, per esempio quando vincemmo la Coppa a Genova. Perdere lo scudetto alla quinta con il Brescia, in casa, era stato molto brutto. Ma dopo dieci giorni era arrivata la rivincita. Furono tre anni bellissimi, pieni di emozioni, entusiasmanti. Poi, tornai a Budapest, per tre stagioni all’Honved. E quando mi richiamarono, fui molto contento di tornare. Era il mio ritorno a casa».



 
18 / 06/ 20