Autore

Pino Porzio, voce autorevole. Giocatore e tecnico vincente, dice la sua sulla pallanuoto, Cenerentola degli sport.« Non decolliamo? Colpa nostra! ».Pino Porzio rompe il muro del silenzio e dice la sua senza remore. Senza timori. Parole pesanti come macigni.
E questa volta l’accusa arriva dal cuore del movimento pallanuotistico. Perché a parlare è uno dei protagonisti dell’Olimpiade di Barcellona ‘92, campione d’Europa e del Mondo, una delle colonne del settebello di Ratko Rudic, ora allenatore del Posillipo, il club che ha vinto il maggior numero di scudetti negli ultimi quindici anni.
« Bisogna prendere consapevolezza della realtà per andare avanti », mastica amaro.

Quale realtà?
Abbiamo vissuto circa un ventennio di successi; in quel periodo il nostro sport ha avuto una parabola ascendente. Quello che l’ha resa migliore è stato il fatto che non ci sono stati picchi particolari, l’escalation è stata graduale. È un fattore da non sottovalutare perché se percepito correttamente permette di non ubriacarsi all’improvviso, ma prendere coscienza della realtà e delle dimensioni che si stanno raggiungendo

Invece ?
Invece questa consapevolezza non c’è stata. Si è vissuto un periodo d’oro. L’ho vissuto in prima persona da giocatore del dream team di Rudic, il periodo in cui il Settebello ha vinto tutto. Con il Posillipo idem. Ma queste vittorie non hanno accresciuto negli addetti ai lavori la cultura dello sport in quanto tale. Si è fiutato solo il business che poteva nascervi attorno.

Accuse pesanti, cosa non funziona nel sistema…
Ognuno oggi coltiva solo il proprio orticello, non c’è spazio per iniziative che siano senza ritorno economico immediato. È giusto ricordarsi che si ha una tasca a cui dar conto, ma ritengo che gli investimenti possano ripagare anche alla lunga. Non sembra che sia un’opinione comune. Chi si è ritagliato la propria nicchia vi si aggrappa stretto per paura di chissà cosa.

Il riferimento è per qualcuno o qualcosa in particolare?
Ritengo che le Federazioni, quella italiana come quella europea e mondiale (Fin, Len e Fina, ndc), abbiano le loro parti di colpe che, in quanto istituzioni, sono molto più evidenti.

In che senso?
Sono loro che organizzano i tornei. Sono loro che hanno i contatti con le società. Sono loro che dovrebbero di continuo tastare il polso della situazione, averne un monitoraggio costante. Non credo venga fatto questo. Le formule che cambiano di continuo, le polemiche, le regole poco chiare, la Lega che, quando sembra possa essere riconosciuta, sparisce nel dimenticatoio. Che figura facciamo nei confronti di chi si vuole avvicinare al nostro sport ?

Chi si avvicina alla pallanuoto? C’è crisi di vocazioni, sembra…
Per forza. A quanto già detto si aggiunge il fatto che non abbiamo una forza mediatica come il calcio, il volley, il basket, la formula 1 e chi più ne ha, più ne metta. Una questione di soldi, certamente, ma anche una questione di spettacolo. Noi non sappiamo dare spettacolo! Non abbiamo striscioni, musica, coriandoli e cose di questo genere. Anzi, non siamo capaci nemmeno di organizzare una festa dello sport. È così difficile, almeno in presenza delle telecamere di un canale nazionale, seppur satellitare e quindi non per tutti, di approntare una situazione del genere? Gli altri sport hanno iniziato così, noi nemmeno riusciamo ad avere la cognizione per provarci.

È questo il motivo del calo dei praticanti ?
Non solo. Si deve aggiungere il fatto che la pallanuoto è uno sport massacrante come pochi. Oggi i giovani hanno molto di più, rispetto alla mia generazione. Noto che i ragazzi all’età in cui io mi sono avvicinato alle vasche non hanno la stessa voglia di combattere, lo stesso spirito di sacrificio per emergere. I pensieri predominanti oggi vanno alle discoteche, alle vacanze, ai canali satellitari, ai telefonini e agli sms, ad essere i primi a mostrare nuove tecnologie. Non che in passato non esistessero queste cose, magari non proprio le stesse, ma ora c’è una ricerca spasmodica dell’apparire che fa passare in secondo piano altri valori a mio parere estremamente più elevati.

Siamo ad un punto di non ritorno ?
Non so. Ma per far si che questa mio dubbio non diventi certezza c’è bisogno di un serio intervento, anche economico, delle istituzioni e delle società. È facile dire che una testata giornalistica non concede più lo stesso spazio, ma la testata in questione esiste in quanto vende le sue copie. Deve quindi assecondare i gusti del l  ettore. Li può pilotare, mi si passi il termine forte, presentando delle notizie che altrimenti non avrebbe cercato nessuno, ma se ugualmente non suscitano interesse cosa può farci il direttore? La prima mossa deve farla chi gestisce la macchina, volente o nolente. E speriamo che non si butti all’aria quanto di buono si è fatto.

(Genova, ottobre 2004)

27 / 03/ 18