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Paolo Rossi, su Repubblica, ha affrontato il caso delle nuove regole che La Fina potrebbe adottare per la pallanuoto. La prima risposta arriva da Alessandro Ghibellini, ex nazionale del Settebello (argento alle Olimpiadi '76 e oro Mondiale '78) e pluriscudettato con la Pro Recco. Risposta che il giornalista romano ha pubblicato sul suo blog SportHouse. E che noi riprendiamo per alimentare il dibattito

 

Egregio dottor Paolo Rossi,

ho letto con attenzione e interesse il suo articolo su Repubblica di oggi dal titolo “Pazza pallanuoto vuole giocare in sei. Quando uno sport rivoluziona se stesso”. Capisco che sono in fase di sperimentazione avanzata alcune modifiche al regolamento, le ennesime, per rendere la pallanuoto, come vorrebbero “i boss del palinsesto mondiale” (così nel suo articolo), attrattiva.
Segnalo subito che a Belgrado, lo scorso 2015, in occasione dei Campionati del Mondo, sono state registrate presenze di pubblico, sugli spalti, e di spettatori televisivi, superiori ai numeri che fa talora il calcio e che, anche in queste Olimpiadi, i numeri non sono stati da meno.
La pallanuoto ha un suo spazio, si direbbe uno sport di nicchia, proprio perché ha una propria identità.  Segnalo, inoltre, che fra gli sport di squadra, e certamente rispetto agli sport individuali, la pallanuoto è lo sport che più si è evoluto e trasformato.
A calcio si gioca in 11 da sempre, in campi da 90 metri, con porte, palloni, regole che sono sempre gli stessi.  Idem per quanto riguarda il volley, nel quale, sull’appeal di questo sport, il libero credo conti poco, il basket, di cui non ricordo modifiche significative, tanto meno recenti, la stessa pallamano, alla quale si vorrebbe omologare la pallanuoto.
Ancor più per gli sport individuali. Perché, ad esempio, non si pensa che Bolt sarebbe più spettacolare se corresse i 90 metri, con chissà quali altri primati, o, per venire ai nostri atleti, se la Cagnotto saltasse da 2 metri invece che da 3, con chissà quali maggiori difficoltà di esecuzione del tuffo?
Forse non sono un attento osservatore dei mutamenti nelle dinamiche di gradimento degli sport e, nel caso, della pallanuoto, ma mi pare di poter dire che l’interesse è spesso inversamente proporzionale alla modificazioni che vengono introdotte, tanto più se sono stravolgenti.
Il grande pubblico rimane affascinato da uno sport e si affeziona quando entra dentro le sue regole, le coglie, le apprezza, le fa proprie, tanto da familiarizzare.
Mi pongo una domanda. Ma veramente si pensa che a campo ridotto, in 6 in acqua, con un pallone che i mostri di potenza che giocano oggi scaglierebbero ad una velocità tale non dare scampo al portiere - che già oggi ne ha poco - rappresentino una innovazione attrattiva?
Mi spiace che Ratko Rudic si sia rassegnato, come mi pare di capire dal suo articolo, e che Nando Pesci, ottimo allenatore e giocatore formatosi alle regole che conosciamo oggi, dia per scontato il cambiamento.
Io azzardo un’altra ipotesi. La pallanuoto - malgrado tutto - ha mantenuto nel corso del tempo, anche con i suoi limiti (e chi non li ha), una propria dignità ed è sopravvissuta, direi bene, alle mode.
Grazie al coinvolgimento economico dei presidenti delle squadre di Club, non solo italiane (ho notato, con piacere, che i movimenti da e per le squadre di Club non avvengono solo dalle nazioni tradizionalmente più forti verso le nostre squadre, ma avvengono anche in senso inverso), il movimento pallanuotistico si è conquistato un proprio spazio, dignitoso. E non mi vengano a dire che negli anni ‘60 e ‘70 gli spalti delle piscine ad agosto erano stracolmi di spettatori e la televisione riprendeva in diretta, mentre oggi - se questo avviene - avviene solo di rado.
In quegli anni - potremmo dire nell’era che ha preceduto cellulare, tablet e streaming - tutti avevamo molti meno imput e uscivamo di casa per andare alle 9 di sera a vedere la Canottieri Napoli o la Pro Recco.
Oggi pensiamo veramente che - fatta eccezione per qualche appassionato cultore della materia - vi sia chi va in piscina, quando con l’iPhone può guardare, ovunque, Serbia-Croazia e i gol micidiali di Mandic, Filipovic, Sukno e degli altri?
Allora la questione è diversa.
Non è tanto (ovviamente tutto è migliorabile) un fatto di rivoluzionare se stessi - riprendo le sue parole - ma di mettersi seriamente a ragionare su quali modifiche migliorative, ma che non siano tali da creare disaffezione, peggio da rivoluzionare uno sport, possano essere salutari per mantenere, come basterebbe, il livello di gradimento attuale, con tendenza alla crescita.
Poche modifiche, mettendosi nei panni dello spettatore medio, per rendere la pallanuoto più attrattiva.  Fare ad esempio leva sulla comunicazione, rendendo più noti i profili dei giocatori (immagine, peso, altezza, curricula), il blasone dei Club (sia detto per inciso che Pro Recco, almeno secondo quanto mi pare di ricordare, ha vinto più di chiunque altro: ma lo stesso vale per il Partizan di Belgrado e per altri Club storici) con tutti gli altri suggerimenti che potrebbero emergere da una analisi che non escludo i boss del palinsesto mondiale nemmeno abbiano fatto.
Sa qual' è il problema? Il problema è che la pallanuoto come tutti gli sport minori è terra di conquista di chi è presenzialista, ha tanto tempo libero, parla spesso a vanvera e convince i suoi interlocutori (in numero di solito non superiore a tre) che quello che dice è il verbo.  Peggio ancora quando, con il passa parola e le riunioni fra pochi eletti, l’idea che è venuta al bar Sport a chi passa di li per caso viene, via via, manipolata travisata, ingigantita tanto da divenire “i boss del palinsesto mondiale hanno detto alla FINA: non siete più attrattivi”.
Non faccio certo un appunto a lei. Lei fa bene il suo mestiere, le danno la notizia, la notizia proviene da una fonte attendibile, lei la pubblica. Anzi le sono personalmente grato di avere dato tanto risalto alla pallanuoto. L’accusa la muovo, impersonalmente, a chi piange da una vita, si lamenta che la pallacanestro, il volley sono più importanti della pallanuoto, si lamenta che ai suoi tempi tutto era meglio mentre oggi tutto è da rifare (sindrome di Bartali?) e non si rende conto che, se desse spazio a chi è modernamente innovativo, andrebbe tutto molto meglio per la pallanuoto.
Creda, nel mondo della pallanuoto non sono pochi i Bartali (con tutto rispetto per un grandissimo campione) e quello che temo è che possano avere il sopravvento sugli altri e, invece di cambiare per non morire (riprendo di nuovo le sue parole), cambino per morire.
Sarebbe un vero peccato.
Un cordiale saluto.
Alessandro Ghibellini

Nella foto di (C) Emilio Razeto la Pro Recco del 1973/74
Da sin. in piedi: Bianconi, Cattino, Pizzo, Zecchin, Galbusera, Sassarini.
Accosciati: Ghibellini, Alberani, Enzo Barlocco, Solimei, Mimmo Barlocco

 

25 / 08/ 16