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La pallanuoto del dopo covid arranca, prova a ripartire tra mille difficoltà e incertezze. L’intero movimento, tranne rare eccezioni, si sta impoverendo: società prossime al fallimento (l’addio dell’ambizioso Sport Management e il quasi abbandono di Florentia e Lazio ne sono il significativo campanello dall’allarme), immagine ormai appannata se non inesistente salvo la piccola ribalta del Settebello,  progressivo disinteresse degli sponsor, oscuramento da parte di carta stampata e tv. Una deriva che si era cercato di invertire o almeno attenuare con autorevoli interventi di addetti a lavori: dirigenti, tecnici, giornalisti, esperti di marketing. Sono trascorsi quasi 15 anni, ma nulla è cambiato, se non in peggio. E quel contributo è rimasto inascoltato, disperso. Waterpoloitaly lo ripropone per meglio comprendere e riflettere su cause e responsabilità di una crisi annunciata.


Pallanuoto “cenerentola” sui media. Punto di partenza per lanciare il vero interrogativo: pallanuoto, quale futuro? Nel dibattito lanciato da Waterpoloitaly sono intervenuti dirigenti di società (Gabriele Pomilio e Piero Borelli), giornalisti di lungo corso (Alfredo Provenzali, Roberto Perrone, Enzo Barlocco, Claudio Mangini), il presidente della Lega (Giuseppe Gervasio). Pesante come un macigno la denuncia, un vero e proprio j’accuse, di Pino Porzio, campione olimpico (Barcellona ’92), mondiale ed europeo con il dream team di Ratko Rudic, oggi allenatore del Posillipo. Tutti hanno sottolineato l’anomalia, il malessere e il disagio di uno sport silente, oscurato, in cerca di spazi e di progetti credibili. Eternamente in pista di decollo. Bello e impossibile.

 La malattia c’è. E si vede. Ma nessuno, all’interno del Palazzo, se ne assume la colpa. Caso mai, secondo copione, accampa alibi o richiama corresponsabilità. Pochi, al di là delle lamentazioni di rito, sembrano smaniosi e capaci di risalire alle cause e di tentare almeno una terapia. I club accusano Fin e Lega di non saper trovare formule e progetti per rilanciare la pallanuoto; la Lega da un lato mostra tutte le rughe da frustrazione per il mancato riconoscimento da parte della Federnuoto, dall’altro rimprovera ai club la mancanza di collaborazione, l’assenteismo fin quasi al boicottaggio delle iniziative promozionali e di immagine; la Fin cerca di stare fuori dalle beghe di cortile e attende che la Lega dimostri di saper risorgere per l’ennesima volta dalla sue ceneri.
 Anno zero, dunque. E nessuno, a livello di quelle che potremmo definire le “istituzioni”, sembra aver voglia di analizzare, decifrare e comprendere in profondità il problema. Di fare proposte. E di cercare una soluzione. Eppure c’è chi ha il coraggio uscire allo scoperto, di metterci la faccia.

   Come Pino Porzio, grande firma della pallanuoto italiana, che ha portato un attacco frontale dall’interno del Palazzo. Puntuale la sua analisi sulle cause del malessere: «Si è vissuto un periodo d’oro. L’ho vissuto in prima persona da giocatore del dream team di Rudic, il periodo in cui il Settebello ha vinto tutto. Con il Posillipo idem. Ma queste vittorie non hanno accresciuto negli addetti ai lavori la cultura dello sport in quanto tale. Si è fiutato solo il business che poteva nascervi attorno». Precise le accuse: «Ognuno oggi coltiva solo il proprio orticello, non c’è spazio per iniziative che siano senza ritorno economico immediato. È giusto ricordarsi che si ha una tasca a cui dar conto, ma ritengo che gli investimenti possano ripagare anche alla lunga. Non sembra che sia un’opinione comune. Chi si è ritagliato la propria nicchia vi si aggrappa stretto per paura di chissà cosa». Chiarissimi i destinatari: «Ritengo che le Federazioni, quella italiana come quella europea e mondiale (Fin, Len e Fina, ndc), abbiano le loro parti di colpe che, in quanto istituzioni, sono molto più evidenti. Sono loro che organizzano i tornei. Sono loro che hanno i contatti con le società. Sono loro che dovrebbero di continuo tastare il polso della situazione, averne un monitoraggio costante. Non credo venga fatto questo».

 Importante il contributo dei rappresentanti dei media. Alfredo Provenzali, principe dei radiocronisti e guru delle piscine, ama parlare chiaro: «Non è colpa dei media se non si occupano della pallanuoto, caso ma il contrario. Il disinteresse nei confronti del campionato è figlio dalla mancanza di motivazioni, carenza di eventi, appiattimento della stagione fino ai playoff. Per vendere un prodotto bisogna renderlo interessante, appetibile». Come dire: se le partite sono dall’esito scontato, se alla fine del primo tempo è tutto deciso, se gli incontri finiscono tanti a pochi, pretendere attenzione è pura utopia, e il primo a disertare è il pubblico.

 Come non condividere l’opinione di Roberto Perrone, inviato speciale del Corriere della Sera. La sua è un’analisi impietosa: regole astruse, scarsa visibilità, incapacità di “vendere” il prodotto pallanuoto, formula sbagliata. Perrone propone anche una “sua” terapia: riportare i campionati d’estate e nelle grandi città. E sottolinea anche l’esigenza di riunificare la pallanuoto con nuoto, tuffi e sincro nel Campionato d’Europa. Una separazione costata cara sul piano dell’immagine e della promozione. Infine, non risparmia una bacchettata ai giornalisti del settore “gelosi dei colleghi più importanti” quando si occupano di pallanuoto perché timorosi di “perdere il loro orticello”.

 Claudio Mangini (Secolo XIX) è amaro quando afferma che «forse bisognerà rendersi conto del fallimento dell’ambizione di trasformare la pallanuoto in uno sport invernale». Ma anche propositivo: «La pallanuoto può e deve essere anche invernale, ma non solo invernale. La sua cornice ideale, perlomeno in Italia, è una vasca scoperta in una sera di tarda primavera o d'estate. E allora bisognerà fare i conti con un calendario internazionale già fissato per i prossimi quattro anni. Ma si potrebbe pensare anche a una doppia stagione: una regular season indoor, con coda magari per il primo turno di play off. Poi, pausa internazionale e gran finale estivo allo scoperto. Magari itinerante, come il circuito del beach volley (o della beach waterpolo). Pensate a semifinali e finali scudetto in agosto sulla Riviera ligure, a Napoli o, perché no?, sulla Riviera adriatica o in Sicilia e Sardegna. Pensate se un gran finale del genere potrebbe, o no, calamitare l'interesse degli sponsor e della tivù in un periodo di non sovraffollamento calcistico. Può essere questa la strada da battere, possono essercene altre. Comunque, ci vuole una strategia». 
 
 Lucido e puntuale l’intervento di Enzo Barlocco, giornalista sportivo, inviato della “7”, profondo conoscitore degli sport d’acqua. Pesante il suo j’accuse nei confronti del movimento che «in questo ventennio, pur vincendo moltissimo, non è mai stato capace di darsi una struttura seria”. Barlocco punta il dito contro “la debolezza di una Federazione in cui la pallanuoto ne rappresenta solo la quinta parte, il che riduce all’osso le risorse a disposizione. Non esiste sport di squadra – sottolinea – che non sia rappresentato da una propria Federazione. Tutto questo produce dirigenti scadenti, che partoriscono campionati astrusi, le cui formule sono note solo agli addetti ai lavori». Parole pesanti come pietre.

 Interventi, polemiche, contributi significativi in un dibattito ricco di polemiche ma anche di attestazioni d’amore per la pallanuoto. Un punto di partenza, non di arrivo beninteso. Ora la palla passa ai responsabili di  Federnuoto e Lega, chiamati in causa in maniera chiara, precisa, ciascuno con le rispettive competenze e responsabilità. Stesso discorso per i presidenti di club il cui impegno, in molti casi, non va oltre la difesa del proprio orticello. Tutti, media compresi, sono chiamati a dare segno di messaggio ricevuto, di aver capito l’emergenza e l’esigenza di dialogare, discutere, proporre. Per dare risposte serie e tempestive sulle terapie necessarie per fare uscire la pallanuoto dal coma in cui sembra essere precipitata.

 Ma un dibattito non può terminare senza una proposta. In caso contrario resterebbe un vaniloquio, un parlarsi tra sordi, una incompiuta. Waterpoloitaly crede che la Federnuoto possa e debba farsi promotrice di una commissione in cui fare convergere uomini e idee. Ne dovrebbero fare parte esponenti qualificati della Fin, della Lega, dei media, oltre all’allenatore del “Settebello” Paolo De Crescenzo. Tra gli obiettivi prioritari il coinvolgimento in prima persona i presidenti di club e la ricerca di un dialogo con giornali, a cominciare dai tre quotidiani sportivi, e tv. Il tutto propedeutico ad una grande iniziativa della Federazione e del suo presidente Paolo Barelli con la convocazione di  una sorta di “stati generali”, una vera e propria convention aperta a tutto il mondo della pallanuoto (Lega, presidenti di società, tecnici, sponsor, arbitri, giocatori) in cui dibattere progetti e prospettive. Ciascuno con il proprio contributo. Con le proprie idee. Da esaminare, discutere, affrontare e, se possibile, realizzare. Parliamone. Ne va del futuro della pallanuoto.

 

18 / 09/ 20