Termina la seconda giornata, ma la riflessione è la stessa della precedente: a cosa servono tante squadre quando lo scalino, anzi, scalone, tra le poche di alto livello e tutte le altre è sempre più evidente?
I risultati parlano chiaro, il torneo femminile, forse un pò più di quello maschile, necessita di un restyling. Di quelli radicali.
Non nella formula. Non nelle regole. Non nelle bandiere partecipanti.
L’impegno primo e unico, almeno in questo momento, deve essere la crescita del livello tecnico di tante nazioni che ancora non sono in grado di affacciarsi ai grandi palcoscenici. Questo non significa ridurre le squadre partecipanti, ma organizzarsi, ed è compito della FINA, per esportare i migliori allenatori in quei Paesi che hanno voglia di migliorare. E ce ne sono.
Significa far viaggiare i tecnici (anziché anziani delegati)  di queste “piccole” (in senso pallanuotistico) nazioni nei Paesi dal livello più elevato, in modo da studiare metodologie di allenamento fisico, tecnico e tattico, in maniera applicata.
Il Sudafrica è un Paese che ha fame di pallanuoto, ma mancano le strutture al coperto per il periodo invernale e l’organizzazione di tornei competitivi.
Sono più o meno queste le parole che usò Sandro Campagna di ritorno da uno stage con giocatori e tecnici del cosiddetto Continente Nero. Per le strutture (e non solo in Sudafrica, sia chiaro, a partire dall’Europa tutti sarebbero d’accordo) si può ovviare con lo spostamento delle stagioni agonistiche verso il periodo primavera/estate, con pausa ogni 4 anni in vista delle Olimpiadi; Europei e Mondiali si sono già giocati in inverno, non sarebbe un problema.
Lo sviluppo quindi non passa per nuove regole, palloni o vasche ridotte. Si investa nella cultura, che è la base di qualunque crescita, per evitare che tanti atleti e atlete vengano ancora mortificati con risultati da circolo ricreativo all’interno di manifestazioni internazionali.

 

19 / 07/ 17