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Federico Colosimo, capitano della Lazio, già autore dell'appelo alla FIN per rinviare Brescia-Lazio, poi non disputata, risponde all'appello di atleti e allenatori in merito all'ipotetica ripresa dei campionati.

Se avessi dovuto scriverlo io l’articolo pubblicato ieri sera da molti siti specializzati di pallanuoto, l’avrei titolato proprio così.
Non sono tra i giocatori, e in questo caso tra i capitani, che auspicano la ripresa del campionato. Mi mancano il cloro e i miei compagni, l’adrenalina della partita, le risate di gruppo e gli allenamenti tra sforzi e passione. Ma ogni cosa ha il suo tempo.
Non sto qui a criticare quei colleghi che chiedono di ripartire, ma sono tra quelli che invitano a guardare in faccia la realtà.
143.626 contagiati, 18.279 morti. Sono i numeri (a ieri sera) di un’ecatombe chiamata coronavirus.

Le ultime indiscrezioni raccontano che l’esecutivo targato Conte è pronto a varare il prolungamento del lockdown fino al 3 maggio. Dopodiché dovremmo assistere a una riapertura progressiva, dando la precedenza alle attività essenziali.
In queste settimane, giorni, ore (non parlo degli eventi sportivi planetari come Olimpiadi, F1, NBA, Moto Gp, ma di quelli che più ci riguardano da vicino), abbiamo assistito in blocco alla cancellazione dei campionati italiani di rugby, scherma, basket (sport professionistico), pallavolo. La pallanuoto prende tempo e naviga a vista. Intanto le società sportive rischiano di scomparire per sempre, tra impianti chiusi e un danno economico incalcolabile.
Quanto sarebbe bello concludere i campionati e farlo d’estate, come tutti noi amanti di questo meraviglioso sport abbiamo sempre sognato. Ma come?

A ora il primo interrogativo che mi pongo è: quante squadre riusciranno a iscriversi al prossimo campionato?
Siamo fermi dal 7 marzo (la Lazio Nuoto lo è dalla fine di febbraio, non s’è recata a Brescia, i fatti sono noti) e ancora non si conosce una data certa su quando potremo uscire di casa, figuriamoci se possiamo sapere ora quando riusciremo a coronare il sogno di tornare in piscina. Tanti stranieri che militano nel nostro campionato sono tornati nei rispettivi paesi e non si sa quando potranno tornare. Dopo l’eventuale via libera - non solo dei paesi di provenienza ma anche dell’Italia - dovranno stare almeno due settimane in quarantena.

Mi chiedo se può essere considerato regolare un campionato con organici azzoppati, ma è solo uno dei tanti problemi. Primo tra tutti, la salute collettiva. Il distanziamento sociale sarà un punto fermo imprescindibile, almeno nella prima fase di ripartenza. Mi chiedo come uno sport di contatto come il nostro possa garantirlo da qui a qualche mese.
Tamponi? Per tutti? Lo dicono gli scienziati: quello nasofaringeo ha una capacità di identificare correttamente i soggetti ammalati con una percentuale del 80% e non del 100%. Ci sono pazienti con quadro clinico e radiologico fortemente suggestivo di infezione da Covid-19 che risultano “negativi” non solo al primo ma anche al secondo tampone, con la tac che in alcuni casi riesce a superare la necessità del tampone. Occorrerebbe la complementarità dei due esami, quindi verremo tutti sottoposti a tampone e tac?

Altro punto. Quante sono le società che ad oggi hanno la forza di ricominciare? C’è chi vive del ricavato derivato dalle entrate di piscine, proprie e in gestione. Da ormai 1 mese per le società ci sono solo uscite.
E le trasferte, tra spostamenti in treno, pullman e in aereo da regione a regione, quando saranno consentite?
Meglio spendere quel poco che è rimasto in tasca per completare un campionato non regolamentare, con ancora tutti i verdetti da scrivere (ricordo che in A1 sono ancora 9 le partite del girone di ritorno da ultimare), o prepararsi per affrontare al massimo quello che verrà?

Chi paga? O meglio, le società sono in grado ad oggi di garantire le spettanze dei giocatori e di tutti gli addetti ai lavori, con una eventuale ripresa? E chi assicura che i pallanuotisti saranno garantiti in tutto e per tutto a livello economico?
Capitolo dilettantismo. Non siamo professionisti e il calcio è uno sport, o meglio una industria, a parte. Qui una bella fetta degli atleti, tra Serie B, A2 e A1, pratica questo sport per passione, affiancandolo ad altre attività lavorative. Tra aziende ferme e in difficoltà, licenziamenti, casse integrazioni, tanti di noi - c’è chi non ha mai smesso - una volta finita la quarantena dovranno concentrarsi anche e soprattutto su quelle che sono le loro principali professioni. Come si può pensare di chiedere a questi soggetti di prendere ferie o permessi, dopo questa emergenza, e scegliere di giocare a luglio - con turni infrasettimanali - o, “magari”, ad agosto? E quali aziende vorranno e potranno concederli/e?

Altro punto. La pallanuoto non ha Leghe, sindacati dei giocatori, categorie a difesa se non la FIN. Qui non sono i protagonisti, purtroppo, a dover indicare la via ma sta al governo e alla Federazione Italiana Nuoto aiutare le società a trovare le risorse per provare ad andare avanti e scongiurare la fine di tutto.
Gli atleti che fanno questo come lavoro, vivono e contano solo sulla pallanuoto, hanno tutto il sostegno e la comprensione di questo mondo. Ma la voglia di tornare a giocare non deve essere confusa dall’idea che si debba tornare a giocare anche e soprattutto per prendere lo stipendio.

Ricominciamo dal mare e dalle piscine all’aperto. Invitiamo la Federazione a riunire tutte le società, non appena possibile, per un evento che faccia da spot il cui ricavato sarà devoluto interamente in beneficenza. Una tavola rotonda, di fronte al nostro universo, l’acqua, con la Federazione parte diligente e le società d’accordo su come ripartire ad ottobre - pandemia permettendo - e su come garantire parte delle spettanze restanti di questa stagione agli addetti ai lavori. La Federazione estenda l’invito anche al Coni e soprattutto al ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora. Pensiamo al futuro e non a un presente indecifrabile.

10 / 04/ 20