Quando Niccolò Figari sbuca dalla porta del gate all’aereoporto di Genova con le braccia alzate sembra raddoppiasse i suoi quasi due metri di altezza. Il sorriso, gli occhi che brillavano, ma cercavano nel mucchio la sua Ilaria, quindi la folla che lo ha travolto con decine di applausi. Ma lui sempre sorridente, da “buon ragazzo di paese” (ricordiamoci che è un recchese doc) ringraziava e stringeva mani. Cresciuto a focaccia e pallanuoto, con un dna familiare che sa di cloro, al suo quarto mondiale (più uno juniores, ndc) ha fatto centro per la seconda volta. A caldo ci aveva dichiarato «E’ stata certamente una bella avventura. Una medaglia d’oro lo è sempre. Ma devo ancora metabolizzare il tutto. Non è un sogno, vero?».

Dopo aver dormito finalmente nel suo letto, e dopo la solita focaccia a colazione,  oggi ha metabolizzato che è di nuovo Campione del Mondo?
Forse incomincio. Camminando per Recco mi fermano tutti e me lo ricordano. Sono stracontento. Forse di più: rientrare e rivincere l’oro. Il Ct mi ha richiamato, ma nessuno mi ha steso il tappeto rosso. Non è da tutti i giorni.

A Shanghai era un ragazzo. Oggi è un uomo. Che scenari pensa si possano aprire a trentun’anni?
L’unica cosa che interessa è andare a Tokio. Come del resto mi era capitato nel 2011. Poi a Londra non sono andato. Quindi non voglio pensare al domani: mi sono impegnato, mi impegnerò ancora di più per dimostrare quello che valgo.

Come si spiega questa convocazione?
Credo che il ct mi abbia seguito durante il campionato e mi abbia visto ben motivato. Ho lavorato sodo nel corso dell’anno, cercando di eliminare anche qualche difetto. Quando mi ha richiamato mi ha detto che stavo giocando bene, e che credeva in me. Spero di averlo ripagato. Non credo che pensasse a me come ad un “portafortuna”. Forse lo penserà adesso? (grossa risata).

C’era consapevolezza, partita dopo partita, di arrivare in finale sul podio più alto?
In realtà un po' ce l’aspettavamo. Prima della partita contro la Grecia ho parlato con la dottoressa Rossi, la psicologa: qualche timore c’era, in quanto pensavo fosse lo scoglio più difficile da superare. I quarti sono sempre i più difficili. Poi in semifinale Ungheria o Australia non c’era differenza: avremmo trovato le motivazioni giuste per fare l’ultimo salto. La finale, poi, è sempre un rebus: poteva essere dura, ma eravamo molto agguerriti. Il gruppo c’era, fisicamente mi sentivo bene, e stavamo tutti bene. Non so perché ma ero convinto che saremmo anche migliorati da punto di vista del nuoto. E poi seguendo le indicazioni del Ct sarebbe venuto tutto diciamo “semplice”. E sempre alla dottoressa avevo pronosticato che la finale l’avremmo vinta grazie a Edo Di Somma o a Vincenzo Dolce. E il buon Vincenzo non mi ha smentito. Prima della partita con la Spagna, durante la riunione, avevamo tutti il sorriso stampato in faccia. Non perché  eravamo in finale. Ma solo perché eravamo sicuri di noi stessi. L’unica cosa che mi ha stupito è il risultato: non pensavo di vincere 10-5.

Immagini di guardare il film di questa splendida avventura a Gwangju: come si giudica?
Non sono mai stato uno che si tira indietro. Anzi: credo che già dalla scorsa stagione, sia nelle finali del campionato che nella Campions ho sempre dato tutto. Giocando nella Pro Recco ho imparato che devi farti trovare pronto nei momenti del bisogno. Ed essere sempre presente. Anche se non sono andate bene nelle due final six di Champions sento di essermi impegnato al massimo ed oltre. In questo penso di avere la coscienza pulita. Nei momenti del bisogno è quasi un dovere dare qualcosa in più. E’ infondo lo spirito del Settebello: ogni partita più difficile siamo stati sempre pronti.

E’ cresciuto a Camogli, poi undici anni a Recco, dove ha vinto tutto, adesso inizia una nuova avventura a Brescia. Le dispiace lasciare Recco?
A livello sportivo poco. Perchè sono convinto che a Brescia posso dimostrare molto di più. Di più a livello familiare: la mia famiglia resterà a Recco, perché “Ea” (Andrea, il primo figlio) inizia la scuola e poi la prossima stagione sarà densa di spostamenti fra coppe e nazionale. E sarà anche la prima volta che mi staccherò da loro.

A Brescia troverà un nuovo ambiente, e sopratutto nuovo coach.
Sono molto ottimista, Bovo è un ottimo allenatore, l'ho sempre stimato molto. Poi è un ex difensore: mi darà senza dubbio ottimi consigli.

Ha disputato il mondiale applicando le nuove regole. Adesso si partirà anche in campionato. Cosa ne pensa?
Più che le regole saranno gli arbitri che dovranno trovare la quadra giusta: loro, a differenza di noi atleti, sono un po' più rigidi con i cambiamenti anche se in alcune partite non ho visto tanta differenza a livello di regolamento. Certo a lungo andare dovremmo anche in campionato cambiare qualcosa: non sono tanto le maggiori espulsioni che mi preoccupano, quanto i venti secondi. Bisogna accelerare di più le azioni, specie con l’uomo in più. In pratica sono i ritmi a dover cambiare.

Trasferendosi a Brescia adesso perderà l’appuntamento con i suoi rossoblu?
Beh anche quest’anno non è che sono sempre andato allo stadio. La famiglia innanzitutto. Certamente andrò a vedere Brescia-Genoa, poi chissà cosa mi riserva il futuro. In fondo sono due ore di macchina.

Nella foto di Marcelter Balls/Deepbluemedia
Niccolò Figari marca l'attaccante del Giappone Keigo Okawa



 

31 / 07/ 19

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