Il Cavaliere Mascherato è tornato libero. Non era prigioniero nella torre di un castello ma in una linda stanza d'ospedale.
Al telefono Matteo Aicardi, Cavaliere Mascherato di Rio 2016, quando giocò tutto il torneo di pallanuoto con il naso fratturato (dopo 17" della prima partita) e una protezione per il viso, risponde con voce affannata.

Non sono i postumi del Covid
«Sono a casa, mi sto allenando».
Buone notizie, finalmente, dopo 12 giorni ricoverato ad Albenga e, quando già stava molto meglio, il problema logistico da risolvere
«In famiglia viviamo tutti insieme in una grande casa. Per sicurezza abbiamo dovuto trovare una soluzione alternativa».
La febbre non c'era più da molti giorni. Antibiotici e una tac polmonare per allontanare definitivamente i giorni dell'allarme. Paura?
«Ho avuto la febbre alta per due giorni. E, appena ho visto il termometro, ho chiamato Siracusa, dov'erano in ritiro i compagni della Nazionale. Fortunatamente i tamponi erano negativi: non l'ho preso lì il virus, ormai la storia è nota. Ma inizialmente leggere che ero io l'untore mi ha dato molto fastidio».
Flashback. Da dove cominciamo?
«Il 7 luglio mattina ho preso il volo dalla Sicilia per rientrare, ho un problema alla spalla sinistra che volevo approfondire. La sera ero stanco del viaggio, non sono uscito. Il giorno dopo ho fatto la risonanza, poi ho chiamato gli amici: andiamo a mangiare il sushi, vieni? E sono andato, sono arrivato anche in ritardo. Dopo 4 giorni mi è venuta la febbre».
Il famoso cluster savonese...
«Quella sera sono entrato nel locale con la mascherina, l'ho rimessa per andare a pagare. Se vado in bagno la metto. In Nazionale rompevo le scatole a tutti con l'attenzione. Stezza - Luongo - il mio compagno di stanza mi abbraccia per scherzo quando si sveglia e io lo scaccio. Seriamente, il terrorismo non ha senso: tornerò a mangiare sushi di cui sono ghiotto, tornerò in quel locale, poveretti anche loro. Mi sono fatto l'idea che puoi essere scrupoloso quanto vuoi, ma poi entrano in gioco fortuna e sfortuna. E, comunque, che mi sia venuta la febbre alta è una bella fortuna».
In che senso?
«Mia nonna ha 82 anni, mio zio ha avuto problemi, fossi stato asintomatico magari li avrei contagiati inconsapevolmente o avrei potuto scendere in acqua con i ragazzini del mio Camp».
Come ha reagito l'ambiente?
«Mi ha chiamato tanta gente, anche chi non sentivo da molto tempo. Ho sentito affetto e vicinanza, ho sentito persone che s'informavano della mia salute e lo facevano col cuore. È importante essere benvoluto nell'ambiente che hai scelto».
Lei e Tempesti siete quasi gemelli: senatori (41 anni il portiere, 36 il centroboa) che giocano anche contro i guai...
«A me nelle annate olimpiche capita sempre qualcosa, lui non si è fatto mancare niente, ma sta parando in modo eccezionale, come al solito».
I suoi compagni hanno giocato un'amichevole di esibizione in mare e mercoledì si sfideranno in una sfida storica fra campioni mondiali, 2019 contro 2011...
«Mi manca, sto lavorando da solo, ho iniziato ad allenarmi già in ospedale. Io sono un lottatore, non mi arrendo. Ora devo vedere come affrontare questo problema alla spalla».
Che campionato sarà il prossimo?
«Il lockdown, per una serie di dinamiche, ha messo in moto molte situazioni: l'obiettivo della mia Pro Recco, al solito, sarà di vincere molto in Italia e in Europa; il Brescia ha fatto una grande squadra e sarà, al solito, una battaglia. L'Ortigia è molto forte, il Savona ha fatto inserimenti importanti e ha un bravo allenatore, in crescita c'è anche il Telimar Palermo. E, ovviamente, se il livello è alto e c'è competizione, ne beneficiamo noi e il Brescia, il campionato e la Nazionale».
A proposito, Tokyo sembra di nuovo a rischio...
«Credo che sia inutile parlarne adesso. Certo, se cinque e sei nazioni importanti sono messe male col virus, come fai a disputare i Giochi? Dipende dall'evoluzione del Covid, dal vaccino. Certo, per gente anziana come me, questa potrebbe essere l'ultima occasione. Ma c'è da fare una cosa sola: testa bassa e faticare. L'importante, per tutti, non solo per noi atleti, è la salute».
(1-dal Il Secolo XIX)

 

26 / 07/ 20