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Dal quotidiano La Repubblica del 12 luglio, uno stralcio di una interessante inchiesta sugli scempi della capitale. Indagine a cura di Carlo Bonini, Gabriele Romagnoli, Lorenzo d'Albergo, Corrado Zunino


I cancelli sono chiusi, ma l’auto dei guardiani dimostra che i controlli continuano. Da undici anni (e per un costo di decine di migliaia di euro sostenuto dalla federazione nuoto) un servizio di vigilanza sta a bada di una piscina chiusa, anzi di tre. Giacciono sotto la copertura obliqua, che cominciò a cedere subito dopo la fine dei lavori (qualcuno, imbizzarrito, impose al costruttore l’uso del cemento anziché dell’acciaio).
Il parquet è saltato. Il rame è stato asportato. Le vasche hanno perso il rivestimento. Resta che una, all’esterno, è più trapezoidale che rettangolare, che i muri non sono a squadro e che uno dei piloni che regge la struttura è «incriccato», come disse una voce intercettata.

Nel silenzio di una giornata festiva e pigra le senti ancora arrivare, quelle voci. Appartengono alla “cricca”. Si tratta di una definizione che segna un’epoca, ma finisce per colpire un’entità astratta, capace di riprodursi nel tempo con nuovi volti e addirittura riproporre alcuni dei vecchi. Un po’ come la “casta”. Esecrato il genere, poi si è prodotta una seconda generazione di intoccabili.
La “cricca” suscitava indignazione e, sotto sotto, un pizzico d’ammirazione, per la spudoratezza, che è la parente snaturata del coraggio.
Ai media faceva orrore, ma riceveva anche una forma di corteggiamento, perché regalava sempre titoli ad effetto. E una battuta. A Roma si perdona tutto per una battuta. Guarda Ricucci, povero figlio.

La sua illegalità colorita la “cricca” te la sbatteva in faccia, anzi nell’orecchio. Sentili, gli echi di quelle conversazioni: «Copri la crepa con la colla e poi facci una pezza di guaina, tanto da sotto non si vede».
«Oh, non c’è un ponteggio a norma, non c’è proprio un c…., stanno facendo le piscine alte tre metri, la gente cammina tranquillamente senza parapetti, senza niente».
«Il professore ha fatto i calcoli del c…., è meglio che fanno i mondiali all’esterno e all’interno si fottono...che andiamo a finire su tutti i giornali del mondo».
«Che è? Un macello». «Fammici infilare dentro, fammela occupare».
«Ma che so’ tutti st’operai arabi che me scrivono?». «Ma mandali affan….».
«Sono solamente le torri che stanno saltando, cioè si stanno piegando». «In procura? Qui si va direttamente a Regina Coeli».

Ci finì Francesco Maria De Vito Piscicelli, l’imprenditore noto ai più per le risate condivise con il cognato la notte del terremoto a L’Aquila. Sostenne di aver fatto un «miracolo» costruendo questa struttura in soli otto mesi. Era soltanto un prestigiatore, pure lui. E pazienza se poi aveva sbagliato qualche misura. Confessò le tangenti pagate e a qualcuno fa tuttora un po’ pena l’immagine di questi “uomini del fare” costretti a inchinarsi alla politica del prendere: immaginarlo che va all’Hotel de Russie con il sacchetto di una boutique e dentro centomila euro in contanti per il commissario che dovrebbe controllare i lavori. Alcuni attori di questa tragicommedia non hanno mai lasciato la scena. Litigano per mantenere le loro poltrone, si candidano a nuove, ricevono incarichi di prestigio e d’emergenza, per un po’ soffrono, poi riappaiono, si costruiscono nuove regole, ampliano i mandati, non finiscono mai. Come questi lavori.

Di fronte alla piscina inaugurata e subito chiusa («Fammici infilare», poi ci pensavano loro), c’è un edificio in costruzione. Sarà la residenza per studenti dell’università di Roma Tre. L’autorizzazione risale al tempo dei mondiali di nuoto 2009 (evidentemente doveva ospitare atleti), l’inizio lavori al 2017. La fine era prevista a gennaio scorso. Un comprensibile ritardo. Di fronte c’è un piccolo insediamento di nomadi. Davanti alle baracche ci sono le uniche due piscine funzionanti in tutto il quartiere. Sono di plastica azzurra, diametro di un paio di metri e i bambini ci sguazzano ridendo: ho visto anche degli zingari felici. Il capofamiglia esce in costume da “casa”. Chiacchiera, tra il sospettoso e l’affabile. Dice che sono lì da quarant’anni, tre generazioni, hanno fatto tutto loro. Intorno, sì, hanno visto gli altri costruire, poi andarsene; costruire, ma non finire; costruire, faticare e non tirarne fuori mai qualcosa che servisse a qualcuno. È uno dei tanti paradossi: chi dovrebbe vivere nella transitorietà diventa stanziale, chi dovrebbe permanere si affaccia e svanisce.

Strutture destinate a durare nel tempo hanno l’esistenza di una farfalla, questi insediamenti precari si tramandano di padre in figlio. E restano lì, scettici, a guardare le montagne di ferro e cemento erigersi e sgretolarsi. Il rame, quello glielo portano via. È una convivenza che ha trovato i propri equilibri. Il capofamiglia conduce a una curva dietro l’abitato dove tiene il proprio “magazzino”: oggetti di ogni genere accatastati lungo i muri che conducono a un cancello con insegne municipali, oltre il quale, “lavorano quelli dell’ufficio giardini”.
Continuando a camminare lungo la strada deserta si arriva a un altro teatro dell’abbandono: l’ex cinodromo. Svettano le torri, scomparsi i levrieri.
C’è voluto un centro sociale (chiamato Acrobax), per ricavarne un minimo: una scuola rugby per bambini e ragazzi. Sul campo da pallacanestro, sotto un sole giaguaro a trentaquattro gradi, si affrontano due squadrette di sudamericani. Roma nei giorni di festa è una città per stranieri, anche al netto dei turisti, ora assenti.

Dall’altro lato della piscina chiusa c’è un canile. Il sindaco onorario della capitale sarebbe stato Dogman, o più comunemente “Er canaro”. In lui, come nel borghese piccolo piccolo, erompe il desiderio, o la necessità, di farsi giustizia da sé, dopo aver atteso invano e per anni, l’intervento riparatore dell’amministrazione competente.
Arrivano anche gli echi delle parole con cui quella si esprime: «nell’ottica di ottenere», «struttura fruibile», «verde di prossimità», «contesto aggregativo», «convocare in commissione tutti gli attori interessati». Quelli del «macello» e della «colla sulla crepa» hanno obiettivamente un’altra velocità. Criminale, ma un’altra velocità. Ora il nuovo traguardo è per il 2022, europei di nuoto, in agosto. Ci prepariamo. Già sentiamo il presidente della federazione nuoto, lo stesso di undici anni fa: «Siamo entusiasti,soddisfatti e pronti alla sfida, per un evento che arricchisca la città di Roma». E non solo.

Magari “il professore” stavolta fa i calcoli giusti e non sbaglia un lato di otto centimetri. L’università, la Vasca navale, l’istituto cine tv Rossellini, il verde, gli edifici recuperati, il polo natatorio: lo vedi il possibile sviluppo di questa area, la bellezza inedita di uno spicchio poco conosciuto.
Accadrà? Negli occhi del capofamiglia rom passa un baleno di consapevolezza. Quarant’anni, tre generazioni, due piscinette. E voi, nel frattempo, che cosa avete costruito? O che cosa avete demolito?
Per rispondere ci spostiamo in zona Marconi, attratti da un colossale scheletro. E pensare che non era un tirannosauro rex, ma un crostaceo decapode.

18 / 07/ 20