Quattrocento. Colpi, per dirla con Truffaut. Panchine, per chiamare le cose con il loro nome. Sandro Campagna, commissario tecnico del Settebello della pallanuoto azzurra, guiderà la sua nazionale per la 400ª volta domani sera contro gli Stati Uniti: niente medaglie in palio, si lavora per Tokyo.Non è un record, su una panchina griffata Italia. Quello è di Ratko Rudic - chi se non lui? - l'uomo del Grande Slam e della prima vita di Campagna, quella con la calottina in testa, e poi anche dell'inizio da assistente. Ratko ha fatto 445 e dietro c'è Sandro Gamba, nel periodo d'oro del basket azzurro: 405. Poi Julio Velasco, un altro nome nel mito: gli è sfuggito, ed è una beffa, l'oro olimpico ma tutto il resto c'è, abbondante, nella sua cassaforte dei trofei in 323 panchine maschili più 35 femminili quando creò il Club Italia. Nel calcio si gioca molto meno, ma 104 presenze sono tante: il recordman è il più amato dagli italiani e da Pertini, Enzo Bearzot. Con quel Mundial che cambiò un pezzo di storia d'Italia. Chiude il rugby: Jacques Brunel, in 50 partite, riuscì a trovare spiccioli di gloria e a battere pure la sua Francia nel Sei Nazioni. Campagna avrà presto il record assoluto, e altro da raccontare, ma intanto quelle 400 inframmezzate dalla parentesi greca vanno sviscerate.

La prima se la ricorda?
«Come no? Italia-Ungheria 5-4... Per loro, non per noi. Dicembre 2000 a Zagabria, era la finale dell'Europa Cup. Avevo chiamato gli stessi 13 di Sydney, quinto posto. Si comincia dall'eredità che ti viene lasciata e poi ci metti del tuo».

Fu difficile all'inizio?
«Non era facile trovarmi dall'altra parte con ex compagni con cui, fino a poco prima, avevo giocato: Silipo, Calcaterra, Attolico. Ma sei mesi dopo arrivammo secondi all'Europeo di Budapest e lì guadagnai stima e seguito da parte della squadra».

La più bella?
«Ne dico tre, e neanche una finale: Italia-Ungheria semifinale vincente di quel 2001, un'altra semifinale, Italia-Serbia a Londra 2012, e la finale per il bronzo contro il Montenegro a Rio».

La panchina della felicità?
«Due. Ovvio: Shanghai e Gwangju, oro mondiale, sempre battendo la Spagna».

Prendere nota: anche a Barcellona '92, da giocatore, fu oro. E la delusione?
«Sempre a Barcellona, nel 2018: in semifinale ci tolsero un gol contro la squadra di casa che era entrato di un chilometro, ma giocammo, lottammo, perdemmo ingiustamente ma con onore. Nella finale per il 3° posto, però, non vidi la reazione. C'erano problemi all'interno della squadra, dopo li ho risolti. Comunque, più rabbia che delusione».

Qual è la partita che vinse più lei della squadra?
«Io tendo a essere l'ottavo giocatore. Quando il filo c'è e il collegamento funziona, arrivano le vittorie. Quando quel filo è lento, arrivano i risultati negativi».

Una partita in cui la squadra ha fatto meglio di lei?
«Nella finale di Gwangju la squadra è andata oltre, ha dato più di me».

E la panchina perfetta?
«Sempre in Corea, la semifinale con l'Ungheria: il time out nel quarto tempo e un gol chiamato con uno schema preparato che ci riporta a più 2».

La partita che giocherebbe diversamente?
«La finale di Londra con la Croazia. Magari la giocherei nello stesso modo ma con un approccio psicologico più attento».

Fra i grandi ct, da chi copia o ha copiato?
«Da tutti. Io sono un ladruncolo di idee, in senso buono. Mi piace confrontarmi sulle problematiche tecniche e sulle situazioni psicologiche. In questo periodo mi confronto con Mancini».

Il giocatore che con lei è cresciuto di più?
«Le dico quello che avrei voluto allenare più a lungo, per le sue straordinarie capacità di capire la pallanuoto e di mettersi in sintonia: Silipo».

Qualcuno che l'ha delusa?
«Chi mi delude, dando meno di quello che potrebbe, con me resta a casa».

Hanno scritto un libro su di lei: "Alessandro l'imperatore delle piscine". Le piace il titolo?

«Mi piace una cosa della mia carriera: 409 partite da giocatore, 400 da allenatore, una vita in azzurro». (1-da Il Secolo XIX)


 

11 / 02/ 21