Sostiene Mangiante. Andrea, detto Ea, trentacinque anni su quaranta trascorsi a mollo o nei dintorni di una vasca. Ha vinto moltissimo da giocatore, appena scoccati gli "anta" ha deciso che era ora di provare a conquistare o creare qualcosa anche da allenatore. Questa è la sua prima stagione da team leader, nella precedente aveva iniziato come giocatore dei verdeblù del presidente Ghio e intendeva fare esperienza come mister guidando solo gli Under 13. In corsa prese il posto di Federici dividendosi tra acqua e panchina.

Dal 26 novembre sarà un discorso tutto diverso: esordirà come coach di un Chiavari che ha assemblato e formato, ironia della sorte proprio nel derby con il Lavagna, la squadra dove diede le prime bracciate sotto la guida del maestro Giumin Di Bartolo.  Il solito clichè vorrebbe il mister emozionato per il debutto contro il suo passato. "Ea" Mangiante smonta il primo luogo comune: «Ho tante cose a cui pensare e provvedere che mi è impossibile perdermi nel primo bicchiere d'acqua. Anche perché conto di berne parecchi altri e se vado fuori giri al primo, sto fresco (ride N.d.R). Più seriamente, con i cugini dell'altra sponda ci conosciamo alla perfezione, non abbiamo segreti, con Marco Risso, il loro allenatore, ci siamo affrontati decine di volte, sarà una gara a carte scoperte».

Vabbè, allora puntiamo sulle incognite della nuova avventura nella serie cadetta. «Ecco qui i brividi ci sono, ma di preoccupazione più che di emozione. Ho toccato con mano nei mesi scorsi che cosa voglia dire sedere su una panchina, cambia tutta la prospettiva e non solo perché stai seduto all'asciutto invece che immerso nell'acqua».
I dettagli sono importanti: «La Chiavari Nuoto si fa in quattro per agevolarci ma ci sono degli intoppi da far cadere le braccia. Intanto ti senti un po' solo perché devi fare decine di cose, allenare spesso è l'ultimo dei miei pensieri. E questo è un problema che posso tranquillamente condividere con quasi tutti i miei colleghi della serie A2, per tacere di alcuni della categoria superiore che so attanagliati dalle mie stesse paure. Le società ci lasciano in balia delle onde perch mancano i dirigenti. O meglio ci sono ma sono dei volenterosi, dilettanti, che si occupano part time di delicatissime questioni, dovendo dividersi con il lavoro, la famiglia, la vita sociale etc etc».
D'accordo ma per avere delle persone che si occupino "h24" del club bisognerebbe pagarle...«Giusta obiezione: sapendo le condizioni economiche delle società di pallanuoto sembro un matto a richiederlo. Ma proviamo a fare un passo indietro e capire perché siamo arrivati a questa situazione che possiamo senza alcun timore definire "da canna del gas".  Perché non abbiamo avuto il coraggio di investire dove serve: magari prendiamo uno straniero in meno (o non prendiamolo proprio) e quello che risparmiamolo mettiamolo nel formare e far lavorare dirigenti competenti che abbiamo il controllo della situazione. Il che porterebbe ad altre conseguenze...»

Mangiante è un fiume in piena: «Gli allenatori più bravi vanno messi nelle giovanili perché debbono lavorare sul futuro. Guidare una squadra di trentenni senza fare troppi danni è relativamente facile, individuare, costruire e non rovinare un solo talento è impresa che riesce solo ai tecnici migliori. Perché la pallanuoto italiana, segnatamente quella minore dico dalla A2 in già, uscirà dalla voragine nella quale sta sprofondando solo con la rinascita dei vivai e il radicale ripensamento di regole e formule».
Non c'è solo la parte distruttiva, l'ex difensore della Pro Recco vincitrice di tutto, ha la ricetta per la rifondazione waterpolistica: «La serie A1 a 14 squadre è assurda, perché porta a livelli infimi il livello medio, perché allunga un brodo che va invece ristretto, vedi la perdita delle dirette televisive e l'affastellarsi dei bisogni della Nazionale e dei grossi club impegnati nelle competizioni europee. Di conseguenza ancora più assurda la A2 a 24 squadre. Anche quest'anno mi aspetto nel girone Nord un gruppone di squadre che gravitano nel mezzo del guado. Andare su è un'incognita, retrocedere si finisce in categorie che sono oramai una via di mezzo tra dilettantismo puro e"cimitero degli elefanti". Assieme alla riduzione delle squadre in A1 e A2 (mantenendo i due gironi per ragioni di risparmio sulle trasferte) vanno dettate regole severissime sui limiti di età. Non mi appassiono sulle contorsioni per avere due stranieri, un extracomunitario, uno extraeuropeo, uno che arriva dall'Antartide e quell'altro da Marte. Vorrei invece limiti agli over 30 e obblighi per gli under 21 ma non da mettere in lista, da utilizzare in vasca». 

Ricacciare il pessimismo. Mangiante ci prova ma non è facile: «Sarò franco, mi chiedo per quale prodigio riusciamo a portare a termine campionati e stagioni che in partenza appaiono "impossibili». Mi limito a raccontare quanto ho sotto gli occhi: alleno un gruppo di giocatori, la maggior parte giovani, quasi tutti che hanno un altro lavoro, anzi che hanno un lavoro vero o studiano con grande serietà e che cinque sere su sette le trascorrono in piscina dalle 20,30 alle 22,30 (perché prima bisogna dare spazio alle attività che portano denari al club, altrimenti si chiude baracca N.d.R.) e che non percepiscono per questo sacrificio che un simbolico, sottolineo molto simbolico, rimborso spese. C'è chi viene da Genova, chi si alza il mattino dopo alle 6. Io ogni sera sto sulla porta dello spogliatoio per stringerli la mano, uno ad uno. Sono campioni, di serietà e passione. Solo che sono costretto a domandarmi: Per quanto ancora resisteranno?».

Nelle foto Andrea Mangiante con la calottina del Recco
in alto al tiro;
in basso sotto gli occhi vigili del Grande Maestro Alfredo Provenzali

19 / 11/ 16