Meno tre. Tre giorni alla fine del Mondiale di pallanuoto e possibilità di cominciare a stendere un bilancio complessivo: spettacolo poco, arbitri in stato confusionale parecchi, molte mani addosso, pallanuoto fisica e gioco basato, innanzi tutto, su muscolarità e tiro. Salvo eccezioni, ovviamente, a cominciare dall’azzurro Francesco Di Fulvio per arrivare al giapponese Seya Adachi, la speranza per i milioni di esseri umani che viaggiano intorno all’1.70 di avere uno spicchio di gloria con una calottina in testa e un pallone in mano. E poi – completando il bilancio – un dato indiscutibile: nelle semifinali maschili, quattro squadre su quattro sono europee, in quelle femminili due su quattro; ma se allarghiamo il conto alle magnifiche 16, ovvero, alle formazioni arrivate ai quarti di finale, il bilancio in campo maschile è di 7 più uno (extra Europa solo l’Australia), mentre sul fronte femminile c’è un po’ più di equilibrio, 5 più 3. Aggiungiamo che molte partite sono finite – come si dice al bar – “tanti a pochi”, e nell’azzurro dell’acqua della Alfred Hajos si accende la spia rossa: il meccanismo-pallanuoto, a livello mondiale, non funziona. Mentre – facile deduzione – la pallanuoto europea gira e sta mettendo a punto il suo gioiello, la Champions League, su livelli tecnico-organizzativi-spettacolari sempre più alti.

Se la Fina adottasse parametri sportivi (e non di potere, politici o quant’altro), queste analisi porterebbero conseguenze scontate. Se la Fina (che organizza Mondiali ad altissimo livello per il nuoto, il sincro, i tuffi e il fondo), avesse gente che sa di pallanuoto (e ama la pallanuoto) a gestire il più antico sport olimpico di squadra, le cose non sarebbero a questi punti. Se dentro la Fina si volesse il bene della pallanuoto, non sarebbe passata l’assurda norma della riduzione dei roster olimpici da 13 a 11. Allargare il numero di squadre nelle grandi manifestazioni – ormai lo hanno capito anche i bambini – porta voti in sede di elezioni ma non miglioramenti tecnici. Se si cercasse una crescita tecnica della pallanuoto, la commissione tecnica avrebbe molta più autonomia rispetto al Bureau formato da gente che, probabilmente, distingue a fatica un pallone da pallanuoto da uno da volley. Se si volesse il bene di questo sport, nella commissione tecnica (o in commissioni consultive) avrebbero spazio allenatori e giocatori. Se si volesse evitare di affondare definitivamente questo sport, le demenziali proposte tecniche al vaglio (rinviato in autunno) dei tromboni Fina sarebbero finite in un cestino, e probabilmente non ne sarebbe mai iniziata la sperimentazione. Infine, non per essere partigiani, se si volesse il bene della pallanuoto – che è sport con un dna radicato nel Vecchio Continente – l’Europa peserebbe di più nelle scelte che la riguardano.

Ma così è, anche se non vi pare. Le elezioni ci sono appena state e tutti sanno il contorno (anche relativo alle inchieste giudiziarie riguardanti il kuwaitiano Husain Al Musallam, eletto Primo Vicepresidente) che hanno avuto e il modo in cui si sono svolte.

Non resta che sedersi sul fiume, aspettare, sperare, ma senza arrendersi, senza lasciare che la pallanuoto sia ancora smantellata. Dopotutto, chi avrebbe scommesso un centesimo sul fatto che un giorno – dal calcio e dalla Formula 1 – potessero uscire di scena in modo brusco padroni del vapore del calibro di Blatter, Platini e Ecclestone?     

 

26 / 07/ 17