È il decano dei fischietti italiani, e non solo. Dopo aver salutato la pallanuoto per raggiunti limiti di età ritorna più in forma che mai grazie alla wild card concessa dalla FINA a tutti gli arbitri appena congedati, prolungando per un altro lustro il periodo buono per dirigere. E lui non se lo fa ripetere due volte, la passione per questo sport lo ha portato sul bordovasca di tutte le competizioni internazionali, fino alla finale femminile per il terzo posto alle Olimpiadi di Rio.
Una persona sempre col sorriso sulle labbra Filippo “Massimo” Gomez, un conversatore estremamente piacevole che non si sottrae alle nostre domande.

La prima è molto intima, ma sono in molti a chiederselo: come prepara una partita l’arbitro?
In questo è come l’atleta, anche chi fischia ha il suo personalissimo rituale da compiere con i propri gesti e i propri tempi, dal viaggio per raggiungere la città dove si svolgerà l’incontro, al percorso verso la piscina. Poi ci si incontra, si incrociano le squadre e i dirigenti, infine si va verso gli spogliatoi e si indossa la divisa, ma ognuno di questi momenti, apparentemente uguali per tutti, vengono vissuti secondo una “religione” soggettiva. Questo aiuta a mantenere alta la concentrazione visto che a differenza dei giocatori gli arbitri non fanno un riscaldamento pre partita. Ma sfido chiunque a raccontare le proprie scaramanzie (sorride)

Il rapporto tra i due arbitri. Esiste effettivamente il primo e il secondo?
Assolutamente no, è una visione distorta della cosa, il doppio arbitro nasce nel momento in cui si è capito che 4 occhi vedono meglio di 2 le varie situazioni. Oggi la cosa è un po’ cambiata, nel senso che 4 occhi devono, si, vedere meglio di 2, ma soprattutto devono vedere i fatti allo stesso modo dal primo all’ultimo secondo, ed è la cosa più difficile da raggiungere. Si sta lavorando molto in questo senso e si sono fatti tanti passi avanti, il nostro centro tecnico sta sviluppando il lavoro attraverso i video, ma non siamo dei cloni o dei robot per cui classifichiamo tutti gli episodi allo stesso modo, ognuno ci mette del suo in base alle proprie esperienze, conoscenze e personalità.

Il rapporto con i giocatori. Come nella vita anche in vasca è impossibile riuscire ad andare d’accordo con tutti. Quanto deve essere bravo l’arbitro ad accantonare le proprie considerazioni personali in modo da essere imparziale?
Sicuramente non bisogna farsi condizionare da un rapporto personale durante la partita. Se è vero che l’inconscio non si può comandare è altrettanto vero che, soprattutto per chi ha più esperienza, l’attenzione è tutta verso la vasca, il gioco è sempre più veloce e non si ha il tempo di ragionare su chi sta facendo cosa. Dico di più: fischiare è talmente automatico e istintivo da non doverci nemmeno pensare, se ci si ferma a riflettere su cosa è meglio fare o no, oltre ad aver perso l’attimo si perde tutto il resto dell’azione e questo non deve assolutamente accadere.

Il rapporto con gli organi istituzionali. Si dice sempre più spesso che cambiano le regole senza ascoltare i giocatori per capire di cosa ci sia veramente bisogno. Gli arbitri in questo senso sono interpellati?
Negli ultimi tempi l’associazione internazionale arbitri è molto a contatto con i settori tecnici, che venga ascoltati o meno la sua voce è da vedere, ma ha ampia delega in tema di formazione e informazione, partecipa a riunioni tecniche e rispetto al passato è un grosso passo avanti perché viene riconosciuto qualcosa che prima passava inosservato. Credo che l’arbitro può apportare le sue conoscenze, ma in fin dei conti è colui che deve far rispettare le regole, interpretarle il meno possibile ma comunque per forza di cose deve metterci del suo, bisogna accettare a tutti i livelli il fatto che l’applicazione del regolamento passa per anche per la sua interpretazione, altrimenti si finirebbe per fischiare indiscriminatamente ad ogni singolo episodio senza valutarne l’entità.

A che punto siamo sotto questo aspetto?
Come detto prima, ognuno classifica in un modo, si spera il più omogeneo possibile rispetto agli altri, gli stessi episodi, ma ogni episodio non può essere uguale all’altro, per cui bisogna necessariamente comprenderlo rispetto al resto del gioco in quel momento. La pallanuoto moderna è in continua evoluzione, e sempre più la maggior parte del gioco si sviluppa lontano dalla palla, ma, al contrario, la gente focalizza tutta la sua attenzione lì. A volte si dimentica che mentre l’attenzione è in un punto della vasca può succedere qualche cosa in un altro punto che dura un secondo e anche meno e quindi può sfuggire, l’arbitro non è né perfetto né infallibile. In linea generale però durante una partita si trova a dover interpretare la globalità dell’azione, laddove si concretizza un vantaggio.
 
Faccia qualche esempio
Il centroboa che nuota sott’acqua viene fischiato perché il difensore non ha la possibilità di poter prendere posizione rispetto all’avversario: un conto però se la palla è in mano al portiere, e quindi si ha tutto il tempo di prendere le contromisure, altro è se l’azione si sviluppa sugli esterni e il centro emerge all’improvviso e viene servito. Ulteriore caso, più estremo ma che rende l’idea. Il regolamento dice che se un giocatore disturba l’avversario si deve fischiare il fallo. Dovendo attenersi al dettato, l’arbitro o fischia ininterrottamente o deve “ingoiare il fischietto” e fare finta di niente se non vuole interpretare le singole situazioni. In entrambe quindi bisogna valutare e contestualizzare gli episodi a 360 gradi, non basta attenersi in senso letterale al regolamento.

Si potrebbe arrivare secondo lei ad un VAR come nel calcio, o un check a richiesta come nella pallavolo?
Bisogna partire dal presupposto che la pallanuoto è un gioco estremamente rapido e di contatto, per cui sarebbe difficile definire gli ambiti di applicazione. Magari potrebbe essere valida l’idea per il gol – non gol, senza dimenticare che abbiamo spesso il pallone sott’acqua, per la regola dei 2 metri e 5 metri. La verità è che parliamo di un gioco così complesso che anche l’insieme delle regole che già ci sono, e sono estremamente valide, paradossalmente nella pratica non sono sempre del tutto applicabili per una serie di motivi. Le strade sono due: o si fischia tutto e i giocatori si adeguano o ci vorrà ancora tempo per far crescere tutto il sistema, sia in senso tecnico che nella comunicazione tra centro tecnico, arbitri, dirigenti e giocatori, attraverso quegli investimenti che, pur essendoci rispetto al passato, non sono ancora sufficienti. In Italia si sta cercando di fare tanto, si giocano più partite che negli altri paesi, sembra strano ma è così, c’è comunque il rovescio della medaglia, per cui tante figure gravitano attorno alle piscine senza avere professionalità e formazione, anche in questo sarebbero auspicabili investimenti per far crescere il sistema.

 

11 / 04/ 18