Maurizio Felugo è un copernicano, uno che ha studiato sin da piccolo per diventare riformatore, travolgere i concetti universali, le certezze incise nella roccia e portare una ventata di aria fresca nello stantio capannone dove la pallanuoto da almeno un trentennio si è rinchiusa.
Il presidente della Pro Recco, un rottamatore di prima forza - tanto per fare un esempio il suo sottoposto Stefano Tempesti, che anche nella stagione entrante difenderà i pali della sua squadra è di due anni più vecchio - ha appeso al chiodo la calottina non il suo sviscerato amore per questo sport. E se da giocatore era un "natural" ossia un vincente nato, da dirigente è uno che va dritto al cuore dei problemi, deciso a fare parecchi fatti e pochissime parole.
E' reduce da una due giorni a Dubrovnik dove ha incontrato il gran consesso della Len e tutti i club di prima fascia. «In Croazia e in Grecia sono preoccupatissimi, la Waterpolo sta sparendo dai palinsesti, il prodotto non si vende, tv, giornali e media in generale voltano la testa dall'altra parte». Allora non è solo in Italia che l'oscurità avanza... « I dirigenti di Olympiakos e Jug erano pessimisti. E hanno fatto un appello più che pressante al bureau della Len, presente quasi al gran completo. Anche la federazione europea così come quella mondiale ha compreso che non si scherza più, il nostro sport è a rischio di essere bannato dalle Olimpiadi, da qui al 2020 o ci inventiamo qualcosa o siamo out».
Ecco spiegati gli esperimenti, i sei giocatori, il tempo di possesso a uomini pari come in superiorità ridotti, ridotte pure le misure della vasca e del pallone. «Ero a Dubrovnik, e quindi non ho potuto assistere alle gare di Podgorica, mi riprometto di vedere almeno le finali. Però ho visto le prove in World League negli anni passati. Non so, certo che se date una palla n° 4 a uno come Figlioli o lo fate tirare da 10 metri  o c'è il rischio che sbatta dentro alla rete anche il portiere».
Quindi è un no alle innovazioni? «E' proprio il contrario, sono convinto che o si cambia o si muore! Si tratta di capire dove agire, tenendo come discriminanti l' efficacia e la velocità dei mutamenti perché non si può più temporeggiare». Il giovane boss biancoceleste traccia il sentiero: «Il prodotto pallanuoto deve essere più appetibile, da qui non si scappa. Bando alle nostalgie tanto per essere nostalgici, se ci imbarchiamo in un'operazione amarcord che sia un recupero intelligente». Nel dettaglio. «Più che di norme e misure ne faccio una questione di calendario. Torniamo all'estate, non c'è altra soluzione. Tutti i presenti a Dubrovnik hanno convenuto che "togliere il soffitto" alle nostre vasche, rivedere le stelle, riassaporare l'odore del mare e lasciarsi alle spalle la puzza di cloro sarebbe perfetto». Sì, e chi lo dice ai c.t. e ai dirigenti che pretendono collegiali di tre mesi prima di ogni torneo internazionale? E' vero che un Conte o un Loew o un Deschamps si accontentano di 15 giorni dovendo fare i conti con i club milionari della pelota, ma qui siamo dove è passato Rudic e guai a discutere la sacralità del ritiro monstre.
«La nostra proposta non vuole essere contro le Federazioni e meno che mai contro le Nazionali, solo che pensiamo che si possa trovare un punto di incontro. Abbiamo anche accolto l'idea della Len di istituire una sorta di "salary cap" per le società che partecipano alle coppe continentali. C'è grande voglia di collaborazione, tutti debbono cedere qualcosa».
Ridate il sole al copernicano Felugo, uno che si ostina a dire che la pallanouto "eppure si muove".  E restituite visibilità alle calottine dandogli gli spazi intelligenti, nella stagione propizia, oltretutto quando il calcio e gli altri sport di squadra sonnecchiano. Non c'è altra via, il teorema non ammette corollari: senza estate addio media e spettatori, e senza seguito addio sponsor e quindi, inevitabilmente, addio club. E le selezioni allora con chi le faremo?

 

02 / 09/ 16