Ha dato lustro non solo alla pallanuoto spagnola, ma anche a quella italiana. La sua impronta, in un decennio di vittorie delle Furie Rosse, dal 1990 al 2000, è indelebile.
Oggi, a fianco di Pep Guardiola, allenatore del Manchester City, è ai massimi livelli del calcio mondiale. Manel Estiarte, colui che potrebbe essere l’uomo giusto per risollevare la pallanuoto europea dalla inevitabile crisi del post covid-19, si racconta in una lunga intervista telefonica dalla sua casa di Pescara.

Difficile immaginare Manel Estiarte recluso in casa, a Pescara, abituato ad una vita da nomade ieri con la pallanuoto, oggi con il grande calcio
Non vorrei essere frainteso, perché quanto sta accadendo è senza dubbio drammatico, doloroso, inaspettato per i nostri tempi. Ma finalmente sono vicino a mia moglie Silvia. Purtroppo la mia vita negli ultimi anni mi ha portato lontano da Pescara, dove lei vive e lavora. Sono sette settimane che stiamo qui, certamente mi fa sgobbare come mai fatto, però, cerco di vedere il lato positivo di questa tragedia.

Fra pochi mesi compirà cinquantanove anni e possiamo affermare che ha vissuto anni fantastici. Dalla pallanuoto, al Cio ed ora nel calcio che conta. Esperienze importanti che l’hanno arricchita. Cosa vorrebbe e potrebbe dare agli altri di tutto ciò?
Forse nulla. E’ l’esperienza della mia vita, ognuno ha la sua, quella che si merita, quella che si cerca, quella per cui si lotta. Difficile pensare di dare, e poi cosa? Lei parla di una piccola parte della mia vita, quella sportiva. Che amo e amerò sempre. Poi c’è quella grande: i miei genitori, i miei fratelli, gli amici, mia moglie, le mie figlie. Questa è vera, quotidiana, sentita vita. Certamente sono stato privilegiato, ma ho anche lottato molto, ho sudato molto dentro l’acqua per riuscire a trovare questa strada, che mi ha portato a praticare uno sport che amavo, che mi ha portato a viaggiare per il mondo, che mi ha portato a Pescara, a Savona, che mi ha fatto partecipare ai Giochi Olimpici, che mi ha fatto conoscere persone straordinarie. Poi nel Cio, quindi il calcio dove vivo un mondo diverso, ma sempre bello e potente. E poi diciamoci la verità, su questa strada ho conosciuto Silvia, mia moglie, e lei ha potuto vivere vicino alla Rari Nantes Savona un periodo bellissimo. E mia moglie ogni tanto mi ricorda e mi rimprovera, dopo trentatre anni di matrimonio e tre di fidanzamento di averle tolto la possibilità di stare ancora due anni proprio a Savona dove abbiamo vissuto benissimo. Ma in vista delle Olimpiadi di Barcellona, sono dovuto rientrare in Spagna (al Catalunya). E ancora oggi lei me lo ricorda. Però credo sia bello perché se una cosa ti manca vuol dire che l’hai vissuta bene, che è importante.

Quindi per lei la famiglia ha avuto ed ha un ruolo preponderante nella sua vita?
Si. La mia crescita è stata con i valori della mia famiglia. Forse da ragazzo non me ne sono reso conto, ma papà e mamma hanno tenuto saldi i legami fra di noi. Così come oggi li ho con mio fratello. Ma è come si crede nella famiglia, come oggi credo in mia moglie, nelle mie figlie. Lo devo ai miei genitori se mi è rimasto questo modo di essere e pensare.

Lei ha avuto due esperienze straordinarie alle Olimpiadi: una piena di rabbia a Barcellona, una piena di gioia ad Atlanta. Quanto e come ci pensa?
Vivendo in Italia siete proprio voi che mi ci fate pensare! (segue risata). Sono passati tanti anni, con grandi prospettive, è difficile focalizzare un giorno, un minuto. Anche se, volendo, ci riuscirei. E poi mi permetta di correggerla: alle sei Olimpiadi a cui ho partecipato, quattro sono stati i momenti più belli. Senza dubbio la prima a cui ho partecipato: Mosca! Avevo appena diciotto anni, e a dirla tutta mi emoziono ancora adesso. Ero un bambino, che arrivava a realizzare il suo sogno: partecipare all’Olimpiade. Chi avrebbe mai pensato che sarei arrivato a vincerla? Sono nato a Manresa, una città piccola, dove la pallanuoto non esisteva, dove l’unica cosa che volevo fare era giocare con mio fratello maggiore. Ed eccomi a Mosca! All’Olimpiade! Per me era già tutto. Possiamo anche fermarci qui. Poi Barcellona, nel ‘92: ho un ricordo meraviglioso di quei Giochi disputati in casa, clima familiare, vissuti con la nostra gente, certo con un finale doloroso, anche se l’argento vinto era allora il più alto traguardo raggiunto dalla Spagna. Partita stupenda, emozionante, con i supplementari, un privilegio esserci stato. Abbiamo lottato contro l’Italia fino all’ultimo sangue, hanno vinto loro, complimenti ancora oggi. Ma noi grandi attori. Innegabile. Atlanta: che dire vinci con i tuoi amici, con tuo fratello medico in panchina. E poi l’ultima: a Sydney al di là del quarto posto, per me era finita. Lacrime? Certamente avevo quarant’anni e per me quella era l’ultima partita in nazionale. L’ultimo contatto con l’acqua. La mia vita sportiva finiva quel primo ottobre del 2000. E credo che per me anche questa è stata una grande emozione. Dopo 20 anni dalla prima volta di Mosca.

Torniamo ad Atlanta: tempo fa lei ha dichiarato che la vera partita non fu quella finale con la Croazia, ma la semifinale con l’Ungheria. Perché?
Non avevamo brillato nella prima fase. Oggi tutti si ricordano di quella finale. Ma la partita vera è stata proprio con l’Ungheria, in semifinale. La carica l’abbiamo presa nei quarti, davanti ad un pubblico scatenato abbiamo affondato i padroni di casa. Sul 5-0 con gli USA ci siamo fermati, hanno recuperato quattro reti ma in semifinale siamo passati noi. Avevamo di fronte la squadra candidata all’oro, una squadra spaziale: Kasas, Benedek (che poi fu anche il miglior realizzatore), Molnar, Kiss. Da paura. Ma siamo scesi in vasca sicuri. Sempre sotto di due reti, negli ultimi minuti … pam pam pam e là sono rimasti. Quindi la finale: eravamo sicurissimi di vincere, certamente in salita, siamo stati sotto, ma poi non c’è stata storia.

“Toto” Garcia ha detto di lei: intelligente fuori, di più in vasca dove dava il meglio di se'.Cosa risponde?
Tutti in vasca cercano di dare il meglio di se. Alla volte ci riesci, altre no. Lo sport è bello per questo. Fuori dall’acqua i difetti vengono fuori e puoi anche deludere le persone. Toto è un ragazzo che merita tutta la nostra ammirazione. Il dopo per lui non è stato semplice: ne ha parlato pubblicamente, ha scritto anche dei libri. E’ stato un anno e mezzo in un centro di riabilitazione per disintossicarsi, ha recuperato se stesso, la famiglia ed oggi aiuta i ragazzini che cadono nella braccia della droga. Certo non è il Toto pazzo, scatenato di allora: ma io lo preferisco com’è oggi, pronto ad aiutare gli altri. Non ha vinto oggi l’Olimpiade. Ha vinto la vita.

Miki Oca di quella squadra ha detto: Manel era il leader, Jesus Rollan l’anima. Condivide?
E’ sempre difficile avere la giusta prospettiva. Quando abbiamo vinto l’argento a Barcellona, la gente non lo considerava molto. Ma la Spagna di allora non era la Russia o l’Ungheria o la Yugoslavia o l’Italia, che avevano un background di decine di anni. La Spagna non aveva una tradizione di pallanuoto. Non avevamo mai vinto un’Olimpiade o una grande manifestazione, come queste grandi squadre dove la tradizione pallanuotistica arriva dai primi dello scorso secolo. Il passato è importante. Noi siamo stati il punto di partenza. Il gruppetto di ragazzi di Madrid, con noi catalani, sono riusciti a fare dal ‘90 al 2000 tutte le finali continentali ed abbiamo buttato una base per il futuro. Eravamo un gruppo sorprendente. Senza leader.

Quanto le manca Jesus?
Mi manca Jesus… mi manca un minuto con lui. E’ stata una sua scelta, condizionata da tanti problemi. Non era più lui. Nessuno può rimproverargli nulla per quello che ha fatto. Mi manca … era il giocatore più importante della nostra squadra. Era il migliore portiere in circolazione. Mi manca un minuto con lui perché quando se ne è andato non gli sono stato molto vicino come con gli altri, per alcune stupidaggini ci eravamo un po' “raffreddati”. Pur sapendo che tutti e due che ci volevamo un bene inimmaginabile. In quel momento non ero tanto presente nella sua vita. E’ questo, non esserci stato in un momento di grande bisogno.

Ha due figlie, Nicole e Rebecca. Se avesse avuto un maschio lo avrebbe indirizzato alla pallanuoto?
No assolutamente. Forse più mia moglie ha insistito perché entrambe le mie figlie facessero sport. Ma non l’agonismo. E’ questione di dna. Io non vivevo solo con il mio talento. Mi impegnavo. Ho dato tutto me stesso. Dagli allenamenti alle partite. Ho smesso a quarant’anni perché ero stanco. Si la verità è proprio questa: non me la sentivo più di tirare. Sia fisicamente che mentalmente. Per questo ho lasciato libere le miei figlie di scegliere la loro strada.

Quindi per questo motivo ha lasciato la pallanuoto?
Non lo so. Non me la sono sentita. Un amico ungherese, che oggi è negli Usa, Andras Gyongyosi mi scrive sempre perché ho lasciato la pallanuoto. Carlo Silipo che ho incontrato a Manchester in occasione della partita con il Napoli, ma ha chiesto la stessa cosa. Lo stesso Franco Porzio. Anche la federazione spagnola. La pallanuoto mi ha dato tanto. Tutto. La famiglia, amici, emozioni, viaggi. Però anche io ho dato. Tanto. Sogni, cazzotti, delusioni, 20 anni della mia vita ... No non me la sono sentita “dentro” di restare nell’ambiente. E mi sono staccato dallo sport. Poi mi ha chiamato il Comitato Olimpico. Un’esperienza diversa. Ho accettato perché mi hanno votato. Finchè un giorno, mentre giocavo a tennis con Enrico Mammarella, ricevo una telefonata: era Joan Laporta, il presidente del Barcellona calcio che mi proponeva di andare li. Subito non ci ho creduto, poi … ho parlato con il mio amico fraterno Pep Guardiola. Anche lui stava iniziando un’avventura sulla panchina dei blaugrana … e di li è iniziata dodici anni fa una nuova vita. Sono così di nuovo inserito nello sport, nel nervosismo, nelle responsabilità. Però è un’altra cosa che non mi sarei aspettato. Forse è il premio per la mia vita, per quello che ho fatto prima. O forse per il mio comportamento di atleta. Un’opportunità che dura da dodici anni.

La pallanuoto le ha dato tanto. Che futuro vede per il dopo covid-19? Impianti chiusi, pubblico assente. Il rischio è di dover affrontare una strada troppo in salita?
Ce la farà. Ne sono sicuro. Per questo si chiama pallanuoto. Per questo è lo sport più bello al mondo. Ha sfornato atleti ed atlete meravigliosi. Forti, capaci, e per questo chi ci gira intorno, dirigenti e compagnia bella, deve essere alla loro altezza. Sarà una strada ripida, difficile, ma ce la farà. Si piangerà durante il percorso, sarà durissima. Ma quando mai non lo è stato? Sarà più dura? Ok, e allora? E’ un momento che nessuno si aspettava, non eravamo pronti, nessuno avrebbe immaginato potesse succedere un fatto così dirompente. Ma stiamo reagendo. Chi meglio chi peggio, ma stiamo reagendo. Arriverà anche il momento in cui dovremmo confrontarci con una realtà diversa, con il virus che girerà sempre, portandoci dietro una situazione terribile come quella che stiamo vivendo oggi. Ma la pallanuoto non morirà mai. Alti e bassi ci sono sempre stati. Noi siamo diversi. Mi ripeto, durissima, complicata: il peggio che ci possa capitare nella vita è non sapere cosa succederà domani, ignoriamo ancora tante cose perché non ci sono precedenti, non ci sono esempi. Si dovranno prendere nuove decisioni, azzeccate o sbagliate, però la pallanuoto ha superato difficoltà enormi. Si giocava in mare, in piscine scoperte d’inverno con l’acqua fredda. Ma ce la farà. Ne sono certo.

Nella foto in calce
Manel Estiarte e Jesus Rollan si abbracciano dopo ave vinto l'Olimpiadi di Atlanta '96



 

01 / 05/ 20