Il Caimano e l’acqua. Non solo quella clorata. Anzi, soprattutto quella salata, almeno all’inizio con quella pallanuoto in mare che spesso torna nelle sue riflessioni. «Ho iniziato a nuotare qui – racconta Eraldo Pizzo sulla spiaggia di Recco -. E all’epoca mica c’erano gli insegnanti di nuoto. Giocavamo sul bagnasciuga. Poi i ragazzi più grandi, a un certo punto, partivano e nuotavano verso gli scogli da dove si tuffavano. Io spesso restavo da solo. E allora iniziavo ad andare avanti e indietro in orizzontale, nuotando ma toccando con le braccia. Un giorno mi sono accorto che il fondo non lo toccavo più: avevo imparato. Da lì a poco, grazie alla mia capacità naturale di galleggiare, iniziai anch’io ad andare a nuoto alla scogliera. E a fare le battaglie con i canottini. Era il 1949, avevo undici anni».

La leggenda è nata qui, anche se sulla carta d’identità ha scritto “Rivarolo, Genova”. Eraldo Pizzo racconta. Sabato, 21 aprile, sono 80 anni, anche se portati con il fisico di un cinquantenne. Appuntamento per gli amici all’Event Beach, il locale a due passi dalla “sua” piscina. Una passeggiata è più di una chiacchierata: una visita ai luoghi del cuore. Gli anni della gioventù sono ricchi di ricordi: «C’era la sabbia qui – dice guardando i sassi -. Facevamo le piste. Ma le biglie non le avevamo. Utilizzavamo quelle palline pelose che arrivano dal mare. Quanto mi sono divertito. Ma giocavamo anche a calcio e a guardia e ladri. Il tempo limite era quello che ti davano i genitori, in genere l’ora del tramonto. E così spesso la partita non finiva. Perchè magari i ladri sparivano senza dire niente, erano già tornati a casa. Ma di giochi ne avevamo mille. Li inventavamo. Mi spiace vedere tanti ragazzini oggi con gli smartphone in mano. Secondo me si perdono il bello della vera socializzazione. Anche i giocatori ormai sono così. Però in ritiro per alcuni il gioco delle carte resiste ancora».

Tanti divertimenti. Ma la pallanuoto prima di tutto: «C’era un gioco che facevamo e che, ancora oggi, trovo molto formativo – racconta il Caimano -. Uno in porta e gli altri tutti contro tutti. Chi segnava diventava portiere. Quando ti arrivava la palla non avevi scelta: o tiravi o la buttavi via. Perchè altrimenti venivi sommerso da dieci avversari. Io ho iniziato così. A 13 anni ho giocato il mio primo campionato con i ragazzi più grandi. Allora esisteva solo l’Under 18». Poi sono arrivati un’infinità di scudetti: 16 in acqua, molti altri da allenatore, dirigente, presidente. Ha smesso a 44 anni, nel 1982, con uno scudetto nella Pro Recco, naturalmente, dopo lo scherzetto di averne vinto uno a Bogliasco.
 
Punta Sant’Anna è sullo sfondo - una cartolina dal ponte intitolato a Marietto Cevasco - con la gradinata su cui è dipinto un gigantesco tricolore. «Una partita da ricordare fra le innumerevoli che ho giocato qui? Quella della stella, cioè del decimo scudetto. Era il 1969, dal 1959 avevamo perso solo un campionato nel ’63. Della prima Pro Recco vincente eravamo rimasti in tre: Lavoratori, Cevasco e io. In porta c’era Alberani, davanti Ghibellini, giocatori di grandissima classe. Poi Marchisio, Galbusera, Zecchin e tanti altri giovani. Ma prima, il campo a mare era proprio qui davanti».
Flash back su una pallanuoto diversa. «Il torrente portava sabbia e alzava il fondale, le mareggiate facevano il resto. Certe volte, davi un colpo di gambe e prendevi in pieno una pietra che il giorno prima non c’era. Ed era un male boia, altro che i gomiti degli avversari». Di nuovo un salto in avanti: «Un’altra vittoria che ricordo è quella del 2006, scudetto numero 20. Mi tuffai vestito per festeggiare, ora non lo faccio più, troppo vecchio. Quella volta, il Posillipo contestò su una parata di Tempesti: dicevano che aveva tolto la palla dalla porta. Quel che è certo è che due anni prima, nel 2004, loro vinsero con il gol di Buonocore oltre la sirena, non sulla sirena. Ci sono le immagini con il giocatore napoletano ancora palla in mano e il tabellone che già segna zero».

La ristrutturazione della storica piscina è il punto uno nei progetti per il futuro. I tempi dovrebbero essere stretti. Intanto un altro progetto, nato da un’idea di Pizzo, è quello di far diventare la strada che porta a Punta Sant’Anna costeggiando il fiume una sorta di Strada delle Stelle. «Con foto di Recco quando, prima della guerra, delle bombe e delle distruzioni, era il paese più bello della Riviera, e le impronte e le firme dei giocatori del passato e del presente». A proposito di piscine. Due, un po’ lontane, entrano di forza nei suoi luoghi del cuore: «Il Foro Italico a Roma e la Cozzi di Milano. Nella prima vinsi l’Olimpiade del 1960, nella seconda la Coppa dei Campioni del 1965, la prima».

 In passeggiata c’è L’Ostaia du Merellin. Una volta era “Da Pizzo”. «Venivano tutti, da Voltri a Chiavari. Al sabato sera andavamo avanti a oltranza a cucinare e aprire bottiglie. Arrivavamo compagni, avversari, arbitri, giornalisti. Indovinate di cosa di parlava?». Poi si sale in macchina, si va su fino a Megli, si arriva al belvedere da dove abbracci tutto il Golfo Paradiso, ed è un tuffo al cuore. «Abitavamo in una villetta prima della curva. Non so come facesse mia moglie a scendere in paese con Paolino nella carrozzina e Valentina e Michele per mano. Avevamo un bel giardino. Preparavamo cene spettacolari, d’estate. Una volta, arrivò Novella Calligaris: aveva dato una grossa mano a Gian Angelo Perrucci, il presidente della Pro Recco a cavallo tra fine anni 70 e inizio 80, durante la campagna elettorale per la Federnuoto. Naturalmente cucinò lui». Si scende.
L’ultima sosta è da Ö Vittorio. «E’ un ristorante storico, abbiamo fatto molte feste dopo le vittorie a questi tavoli. Gianni e Vittorio Bisso, i proprietari, sono anche cugini di Gabriele Volpi. E poi, io vado matto per la focaccia col formaggio. Anzi, ora che ne parliamo, mi è venuta la voglia. Oggi pranzo a focaccia». (da Il Secolo XIX - ha collaborato Italo Vallebella)

                

 

21 / 04/ 18