Eraldo Pizzo è perfino nell'enciclopedia Treccani. Nella pallanuoto e nello sport italiano è una leggenda. Ottantadue anni il prossimo 21 aprile, sta affrontando questo momento difficile come se fosse in vasca, da combattente, ma rispettoso delle regole.

Qual è il suo stato d'animo?
Non ho mai vissuto una situazione analoga, ma non sono preoccupato. Non c'è pericolo stando a rasa, se le condizioni di salute sono buone. Pesa a volte, ma bisogna essere responsabili, seguire le indicazioni dei medici. Sono fortunato ad avere tre figli in zona e se ho bisogno di qualcosa basta una telefonata. Siamo una famiglia molto unita e questo legame mi gratifica molto.

Come è la situazione a Recco?
C'è molta disciplina, le strade sono deserte. Una bella risposta a tutto il mondo. In questi momenti, più che mai, mi sento orgoglioso di essere italiano, di far parte di un paese che offre il meglio nei momenti difficili. Eravamo gli untori, adesso possiamo diventare un esempio per tutti.

Ha partecipato a qualche rito collettivo?
Abbiamo esposto una piccola bandiera tricolore. Sarebbe bello vedere i terrazzi imbandierati, come negli Stati Uniti. Mi piace, esprime senso di appartenenza.

Quale considera il giusto approccio?
I ragazzi devono accettare di rinunciare a qualche svago. Gli adulti devono dare il buon esempio. Mio nipote Federico si è laureato via streaming in filosofia l'altro ieri con 110 lode. Una grande gioia dopo tanto lavoro, ma ci siamo sentiti solo per telefono. Con mia moglie Anna avremmo voluto abbracciarlo, ma non è stato possibile. Fortunatamente con la tecnologia accorciamo le distanze, siamo virtualmente vicini in ogni momento.

Ha conosciuto la guerra, trova contatti tra le due situazioni?
In questo caso serve solo rispettare le regole. Allora siamo scappati da Rivarolo, abitavamo in via Teglia, perché mio padre, che lavorava alla San Giorgio, era in pericolo.

Ricordi, sensazioni di quel momenti?
Abbiamo affittato una macchina, siamo andati via senza prendere nulla e non siamo mai più tornati. Il rischio di vita era tangibile. Essendo bambino, avevo sei anni, non potevo essere pienamente consapevole, ma ho rivissuto tante volte quei momenti drammatici nelle riunioni di famiglia.

Allora arrivò a Recco?
Si. Siamo venuti dai nonni, erano giornate difficili.

La guerra ha finito per cambiare la sua vita?
Certamente. Quando ero ragazzo non avevamo tante scelte: pallone o bagni al mare. A Rivarolo la spiaggia era lontana e quindi non sarei mai diventato un pallanuotista.

In riviera ha conosciuto gli amici, che l'hanno poi accompagnata per tutta la vita. Insomma è fortunato?
Ho avuto la fortuna di vivere in un paese e di crescere con ragazzi eccezionali. È stato naturale seguire mio fratello Piero e far parte di un gruppo straordinario. Lavoratori, Cevasco, Guidotti se ne sono purtroppo andati. Mi pesa la loro mancanza, più che mai in questi giorni.

Il momento attuale le ricorda qualche passata situazione?
Strade così vuote mi riportano alla crisi della benzina degli anni settanta, con le macchine che non potevano circolare.

Cosa spera possa produrre questa situazione?
Più comprensione e vedo segnali positivi in questo senso. Si sta riscoprendo il gusto di aiutarsi tra vicini.

Ha più volte confessato di auspicare un ritorno della piscina di Punta Sant'Anna agli antichi splendori. La "Final Eight" di Champions League a Recco è ormai un sogno?
La LEN sembra aver deciso. Mancherà questo spettacolo, ma il percorso di recupero è iniziato. Mi auguro che finisca e poi, chiusa l'emergenza, faremo una grande manifestazione, magari la prossima edizione delle finali.

Cosa le piacerebbe che si dicesse dell'Italia?
Che abbiamo dimostrato in un momento simile di aver vinto il mondiale delle persone serie.

Eraldo Pizzo ha qualche rimpianto?
Mi piacerebbe fare tanto di più per Recco, ma posso solo stare a casa e dare il mio contributo in questo modo.
(1_da Repubblica-Genova)

 

19 / 03/ 20