Sono ormai poche le ore che dividono l’arrivo a Rosario di Gonzalo Echenique. E sarà anche la prima volta nella storia di questo paese che un atleta di pallanuoto, nato in Argentina, sbarcherà con la medaglia al collo da Campione del Mondo.
Già perché da quelle parti, come in Spagna ed Italia, lo sport principe, è, manco a dirlo, il calcio. Ma grande spazio lo hanno basket, rugby e “pato”, una sorta di polo. La pallanuoto? Certamente è di nicchia, ma a Rosario ci sono ben sette club divisi fra Liga de Honor e Liga A. Come sempre accade, però, da un mondo così piccolo come quello della waterpolo, arrivano successi insperati. «La prima medaglia d’oro nella pallanuoto per un argentino – ci ha confidato il “Chalo”- ma a parte la mia famiglia e gli amici, solo un paio di giornalisti mi hanno cercato. Speravo, non per presunzione o per vanità, di rompere un po' di più il silenzio che c’è sul nostro sport. Vedremo quando arriverò laggiù».

Il sipario sui mondiali è calato ormai da più di una settimana. Quali ricordi ha?
Adrenalina e felicità non mi hanno ancora abbandonato (grossa risata). Sono contento. Contentissimo. Sono arrivato in Spagna con Rosa Maria (la sua fidanzata, ndr) ma non riesco a dimenticare quei momenti. Anche perché non sai mai quando ti potrà ricapitare di vincere un oro. Ho fatto sacrifici tutto l’anno, ho lavorato duramente ma alla fine pensi: va bene, ne è valsa la pena.

Un mondiale iniziato però “male” con un’espulsione giudicata troppo severamente
Non ricordo di aver commesso falli di brutalità in una gara importante. Eppure è capitato contro il Brasile: mi sono divincolato da una stretta e  sono finito fuori. Un episodio che mi ha senza dubbio mandato in tilt. Ho sofferto, mi ha complicato la vita soprattutto per riprendere il ritmo con la squadra. E’ stato mal interpretato: lui mi ha preso il polso, mi stingeva, io ho cercato di staccarmi forse con un movimento esagerato, ma senza nessuna volontarietà. Un conto è giocare con cattiveria, ma sempre con altrettanta correttezza. Devo ringraziare i compagni che nonostante li abbia penalizzati, mi sono stati molto vicino. E da questo ho capito che il nostro era proprio un bel gruppo.

E il Ct? Si aspettava un maggior rendimento ed alla fine l’ha ripagato diventando  “man of the match” con l’Ungheria.
Mi è stato vicino in ogni momento, in ogni situazione, in ogni partita. Mi ha dato la tranquillità che forse avevo perso, perché mi accorgevo di non essere al meglio e di non ragionare per la squadra. Me lo ripeteva in continuazione che sarebbe andato tutto bene: così è stato, superato il momento “no” ho ritrovato motivazioni e voglia di giocare, fiducia in me stesso, oltre che nella squadra e nel Ct. E spero di averlo fatto bene, perché credo di avere dato tutto.

Com’era il “clima” nel gruppo? Affrontare senza appello Grecia, Ungheria e Spagna come ha fatto il Settebello è la dimostrazione di grande sicurezza ed armonia.
A dirla tutta quando abbiamo finito la fase a gironi non c’era un buon clima: abbiamo giocato abbastanza male le prima partite, non riuscivamo ad esprimere il nostro vero potenziale. Una situazione un po' strana per noi, specie se pensiamo alla forza dei nostri avversari. Ma bisogna anche dire che lo staff ci era sempre molto vicino, ed abbiamo capito che forse la nostra vera forza sarebbe venuta fuori nelle partite senza appello. Così è successo: abbiamo alzato la testa, cambiato marcia, fisicamente siamo cresciuti, anche perché ci eravamo allenati proprio per affrontare queste partite. Non è stato quindi un caso. Lo abbiamo voluto. Abbiamo fatto un salto di qualità.

Lei ha indossato la calottina della nazionale argentina, spagnola ed ora italiana. Cambiamenti complicati, scelte difficili, ma sopratutto ha voluto onorate suo bisnonno Salvatore Monforte. Se avesse oggi l’occasione di incontralo cosa gli direbbe?
Grazie per avermi dato sangue italiano, il coraggio italiano per giocare a questi livelli. E per essere salito sul tetto del mondo con la tua Italia.

 

05 / 08/ 19

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