Inizia l’avventura per le nazionali under 18 e 19 in vista dei prossimi impegni internazionali. Appena tornato da Barcellona con gli azzurrini per un common training con i pari età iberici, Carlo Silipo parla della sua nuova avventura a tutto tondo, affrontando con schiettezza i problemi che ostacolano la nostra crescita.

Ci racconti le sue prime impressioni da selezionatore.
Buone, ho iniziato a conoscere il gruppo, l’esigenza principale era quella di capire dove migliorare e come lavorare in vista dei Mondiali per i nati dal 2000 e gli Europei per i nati dal 1999 della prossima estate. Lavorare con una nazionale come quella spagnola è stato sicuramente un test ottimo, si tratta di un gruppo di livello molto alto.

In tutta sincerità, ha riscontrato un grosso divario tra le due squadre?
Bisogna premettere che il movimento spagnolo dopo la mancata qualificazione alle Olimpiadi del 2012 sta facendo un lavoro enorme con grossi investimenti. Basti vedere anche gli altri sport, dal calcio al basket, dal tennis al nuoto e al motociclismo ci sono squadre e atleti iberici ai vertici. Tutto questo alla lunga paga, c’è poco da fare. Restando in ambito pallanuotistico i ragazzi spagnoli hanno la possibilità di essere in stage continuo: la federazione investe 15-20.000 euro l’anno circa per ogni atleta mediamente, si allenano in una cittadella sportiva a Barcellona favorendo la conoscenza e la crescita del gioco e dell’intesa. È anche vero che lavorare in questo modo è facilitato dal fatto che la maggior parte delle squadre sono di Barcellona o del suo circondario, quindi i reclutamenti sono meno difficili, ma comunque noi siamo indietro a livello organizzativo, c’è poco da fare.

Prima atleta, poi allenatore, da poco direttore tecnico di un club e adesso tecnico di una selezione nazionale. Quali differenze maggiori che ha riscontrato?
Qui è un lavoro soprattutto organizzativo, assieme a Massimo Tafuro, Mino Di Cecca e Bruno Cufino, in base alla programmazione ad ampio raggio stabilita da Sandro Campagna col quale c’è e ci deve essere un confronto continuo per favorire la crescita fisica ma soprattutto mentale degli atleti. Il gruppo dovrà essere il bacino dal quale attingere per alimentare la nazionale maggiore, quindi le direttive del CT diventano fondamentali per il nostro lavoro. È sicuramente un ruolo nuovo per me, altamente stimolante. Ovviamente l’essere stato atleta, aver già vissuto questo mondo, mi aiuta tantissimo, fino a quando ci sono motivazioni il lavoro può essere affrontato nel migliore dei modi.

Oltre ad essere un tecnico è anche genitore. Quanto è difficile conciliare l’attività sportiva agonistica con l’impegno scolastico per un ragazzo?
Tantissimo purtroppo. La scuola in questo non aiuta, non c’è una cultura sportiva a livello scolastico nel nostro paese a differenza di tanti altri, non c’è organizzazione e non ci sono strutture per poter integrare studio e sport agonistico. A Barcellona, tornando al discorso di poco fa, i ragazzi vivono in un college praticamente, dove vengono concentrate e rese omogenee tutte le loro attività.

Il presidente Barelli ha dichiarato chiaramente al nostro sito che lo Stato non aiuta lo sport in termini economici. È necessaria una rivoluzione a livello nazionale per migliorare?
Ci vorrebbe davvero una rivoluzione che coinvolga club e federazioni, quindi lo Stato, magari con finanziamenti ed incentivi. Mi rendo conto che non è per niente facile, credo però che gestendo meglio le risorse già a disposizione, evitando sprechi e concentrando spese e lavoro nella direzione giusta si potrebbero avere già dei notevoli miglioramenti.

 

20 / 11/ 17