Ratko Rudic, l'uomo che è entrato nella Swimming Hall of Fame con l'etichetta di "più grande allenatore di tutti i tempi", ha giurato che non siederà più in panchina.
Manuel Estiarte, la classe pura in acqua, pochi giorni fa, proprio in un'intervista al Secolo XIX (ed al ns sito, ndr) , ha detto che la pallanuoto resta la sua grande passione, «ma sto bene dove sto», cioè su un campo di calcio, dov'è il braccio destro di Pep Guardiola.
Max Ferretti, il centroboa simbolo dell'Italia del Grande Slam, ha lasciato il mondo della pallanuoto senza rimpianti.
Tommy Kasas, il fuoriclasse ungherese bello come un attore, dice che insegue «altri traguardi nella vita».
Aleksandar Sapic, il terrore dei portieri, si è messo la giacca, ha allacciato la cravatta sul collo taurino ed è sindaco di Novi Beograd, mentre il suo ex compagno di nazionale Vanja Udovicic, è uscito dall'acqua ad appena 31 anni e ora è ministro dello sport serbo.
La pallanuoto, italiana e non, perde i suoi giganti, campioni anche di carisma. L'Italia ha il club più vincente del mondo, la Pro Recco, una nazionale che sogna l'oro olimpico, e giovani rampanti, uno su tutti: Francesco Di Fulvio.

Ma se chiedi a chi non ha mai visto una partita di pallanuoto, probabilmente snocciolerà tre nomi: Stefano Tempesti, 41 anni fra meno di un mese, il numero 1 dei numeri 1 del mondo, Sandro Campagna, attaccante molto vincente in azzurro e coach del Settebello, e soprattutto Amaurys Perez, l'italo-cubano che ha un palmares molto più leggero in piscina ma ha conquistato il pubblico a "Ballando con le stelle" e "Pechino Express".
Oltre, naturalmente, al Caimano Pizzo, che ha giocato e vinto scudetti fino all'età in cui si fa sentire la sciatica, per poi trionfare da dirigente e fa tuttora parte dello staff della Pro Recco.
Insomma, ripartendo da chi esce di scena: AAA, giganti dell'acqua cercansi. E se Sandro Campagna dice che «Rudic continuerà a far pesare le sue idee in altri ruoli della pallanuoto mondiale», è chiaro che alla scena mancheranno il baffone e le sue inarcate di sopracciglia. Pizzo dice: «Rispetto a un tempo, c'è un livellamento verso il medio alto ma meno personaggi di caratura assoluta».

C'era una volta, quasi un secolo fa, Luigin Burlando che andava alle Olimpiadi da pallanuotista, giocava (bene) nel Genoa, ma non disdegnava la pratica di savate, scherma col bastone e si dilettava pure nella ginnastica. Cinque lustri dopo, Cesare Rubini vinceva l'argento europeo (1946) con la maglia della nazionale di pallacanestro, l'anno dopo quella d'oro con la pallanuoto, per poi conquistare la vittoria olimpica in piscina a Londra nel 1948. Fu oro olimpico anche 12 anni dopo a Roma e l'eroe di quelle notti magiche divenne Eraldo Pizzo, un altro recchese, appena 22 anni, talento e personalità enormi. Personaggi immensi. Ma la pallanuoto, allora, era anche e soprattutto affare delle squadre dell'Est. Il magiaro Dezso Gyarmati partecipò a 5 edizioni dei Giochi senza scendere mai dal podio e la sua storia sportiva entrò nella Storia con la S maiuscola: nel 1956 a Melbourne fu il protagonista assoluto di quella che passò agli archivi come "the blood in the water match", la partita del sangue nell'acqua. Nel girone finale si trovarono di fronte l'Ungheria, che ancora contava i morti sotto i cingoli dei carrarmati sovietici e, appunto, l'Urss, battuta 4-0 in una sorta di durissima vendetta sportiva. Fu Gyarmati a scendere dall'aereo a Milano (dove molti erano atterrati per evitare il rientro in patria) esponendo non la medaglia d'oro ma una bandiera nera in segno di lutto.
Ai Mondiali del 1978, De Magistris e Ghibellini erano due galli nel pollaio azzurro ma arrivò l'oro. In panchina sedeva Gianni Lonzi, ex difensore, oro olimpico, futuro responsabile tecnico di Fina e Len, ma nel 1966 eroe nei giorni dell'alluvione fiorentina, quando si tuffò nell'Arno salvando molte vite.
Negli anni 80 in campo mondiale il dualismo era fra la libellula Estiarte e il bisonte magiaro Tamas Farago, con il tedesco Frank Otto terzo incomodo.
Nel 1992, Rudic convinse gli azzurri che valevano oro, e oro fu, con i gol di Ferretti, la classe infinita di Fiorillo, le intuizioni di Campagna, il muro alzato da Attolico, l'estro di Franco Porzio e l'intelligenza di Pino Porzio, poi grandissimo allenatore.

Siamo a oggi: al ciclo Campagna, ai voli dell'Airone Tempesti, ai super gol all'ultimo respiro di Maurizo Felugo (6 Champions vinte, un record, oggi brillante presidente della Pro Recco), alla fede, come forza interiore anche nello sport, raccontata da Alex Giorgetti a Shanghai 2011, vittoria iridata, o al gruppo di ferro guidato dal capitano Pietro Figlioli a Gwuangiu 2019, ancora oro.
E bisognerebbe raccontare del cavalier Majoni, campione, ct e inventore dei centri Coni pallanuoto, di Bud Spencer-Pedersoli, del saggio Fritz Dennerlein, di Cevasco e Lavoratori, grandi uomini e grandi atleti, del professor Paolo De Crescenzo, della dinastia Szivos, di Mshvenieradze padre e figlio, dell'immenso Tibor Benedek, tre trionfi olimpici consecutivi, della capacità di prendere la squadra per mano di Vlado Vujasinovic o della carriera interrotta di Sandro Sukno.

Campagna chiude il cerchio: «Si può fare di più, in campo internazionale, per promuovere il nostro sport. I personaggi? Sono le vittorie che li creano. Pizzo ha vinto per quasi 30 anni, De Magistris è stato 16 volte capocannoniere. Io stesso, prima di allenare, ho vinto». «Ci sono cicli in cui domina la squadra e altri in cui emergono le individualità. Vedrete, altri personaggi arriveranno», dice Tempesti.
A proposito, Aaron Younger, ultimo acquisto della Pro Recco, non ha solo un tiro irresistibile, è portavoce degli atleti australiani e s'interessa di marketing. Può essere vincente in acqua e fuori. (1-da Il Secolo XIX)
 

21 / 05/ 20