Sabato a Siracusa in Final Six la sua ultima partita. A 41 anni da ancora filo da torcere a tanti giocatori con la metà delle sue primavere. Ma il lavoro reclama più spazio. E nonostante ciò, statene certi, la sua calottina numero 2 sarà ancora in qualche roster per un pò. Fabrizio Buonocore si confessa: gli esordi, l’uomo e il futuro.

Oltre venti anni ad alti livelli tra club e nazionale. Ed ora?
Sicuramente ho chiuso la mia carriera tra i professionisti, la serie A1 è impegnativa. Per ora dico basta, poi in autunno vedrò, magari nelle serie minori potrò ancora divertirmi.

È questo il suo segreto?
La pallanuoto mi piace sempre e comunque, non riesco a vedere una porta in una piscina o in mezzo al mare senza pensare a giocare con i ragazzini che incontro, sono fortunato in questo, non mi stanca e non mi passa la voglia e credo mi piacerà sempre. Finchè il fisico me lo consentirà, così come gli impegni di lavoro, non vedo perché rinunciare.

La sua famiglia ha una grande tradizione pallanuotistica. Si può dire che anche lei ce l’ha nel sangue?
Ovviamente! Mio padre già da piccolo mi lanciava una pallina quando facevo il bagnetto nella vasca di casa, d’estate a 6-7 anni giocavo con lui oltre che Gigi Mannelli e Paolo Trapanese al largo di Capri. Erano i miei bersagli. Col tempo sono passato al nuoto agonistico e alla pallanuoto contemporaneamente, fino poi a 14 anni ho fatto la scelta definitiva.

Quello che per tutti i ragazzini della sua età era un pallone sul prato, per lei era solo nell’acqua, quindi?
Certo che no, appena possibile le partite di calcetto con gli amici non sono mancate, anzi. Ricordo l’episodio in cui mi feci male ad una caviglia su un campo di calcio, era il periodo in cui iniziai a giocare in prima squadra ed Enzo D’Angelo non mi convocò. Da allora mi diedi una regolata (sorride).

Lei è una bandiera della Canottieri Napoli. Dopo gli esordi e l’affermazione in giallorosso passò agli avversari del Posillipo…
Fu una scelta dolorosa. In quel periodo la società non aveva la possibilità di puntare ad alti livelli, io avevo bisogno di giocare partite importanti anche in chiave Settebello. Mi fu prospettata la possibilità di giocare in una squadra che lottava su tutti i fronti restando nella mia città, potevo così completare gli studi più facilmente, credo che i soci così come i dirigenti capirono il senso della mia scelta, tant’è che i rapporti sono rimasti ottimi e sono poi tornato anni dopo per chiudere la mia carriera.

Che è stata molto lunga, episodi, belli e brutti per forza di cose si sono alternati. Quali sono impressi maggiormente nella sua memoria?
Tra i belli la vittoria dello scudetto e della Coppa dei Campioni a Napoli, l’aver partecipato con la Nazionale alle Olimpiadi, sono emozioni uniche. Ma anche il ritorno in A1 con la Canottieri è stata una grande soddisfazione. Di contro la retrocessione di qualche anno prima così come la sconfitta ai play off prima della promozione sono momenti che ancora bruciano.

Tantissime esperienze, molto diverse tra loro. Quali insegnamenti le ha dato la pallanuoto per la sua vita dentro e fuori le piscine?
La voglia di combattere per il risultato senza mai arrendersi, il senso di lealtà che solo lo sport può dare. E poi la capacità di vivere in un gruppo quotidianamente insegna a sapersi adattare agli altri, sono concetti che servono alla squadra ma anche nella vita di tutti i giorni.

Se il gioco non è ancora un capitolo chiuso del tutto, cosa ci sarà tra qualche anno?
Mi piacerebbe restare nel mondo della pallanuoto come dirigente, credo sia più adatto anche al mio percorso professionale. Già dalla tesi di laurea ho approfondito il mondo delle società no profit e società sportive dilettantistiche, anche nel lavoro sono molto impegnato in questo settore. Magari qualche incarico al CONI o in Federazione, o dirigente in qualche club… Vedremo, è ancora presto per pensarci!

 

31 / 05/ 18

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