Il grande terremoto che la mancata qualificazione della nazionale italiana di calcio ai mondiali ha causato, tocca in realtà, tutti gli sport di squadra. Dal basket al volley, dal rugby alla pallanuoto, le situazioni sopratutto dei settori giovanili sembrano andare in crisi per la massiccia presenza di atleti "esteri".
Abbiamo sentito il numero uno della FIN, Paolo Barelli, che, tra un check-in ed un volo in decollo, ha espresso il suo punto di vista.

Presidente, il flop della nazionale di calcio ha dato il via ad un dibattito sui vivavi giovanili. Il nostro sport soffre della stessa sindrome?
Il basket per due volte ha mancato la qualificazione alle Olimpiadi. Il calcio sta vivendo ora questa situazione. Il problema non è semplice: noi siamo quasi un miracolo, bisogna vedere quanto reggerà questo miracolo, e soprattutto cosa vorrebbe fare il nostro Stato. Bisognerebbe avere determinati suggerimenti per evitare queste brutte figure, chiamiamole così.

Si spieghi
Semplice: i contributi che vengono dati dal CONI servono per una gestione "ordinaria" della federazione. E già con questi si fanno miracoli. Per seguire al top i campioni, allora ci vuole un altro intervento statale che possa garantire al meglio tante determinate situazioni. Faccio un esempio con il nuoto. L'atleta "X" per potersi allenare  tutti i giorni almeno due ore deve pagare 50 euro l'ora per avere una corsia d'acqua. Se quella società di atleti al top ne ha due ecco che ogni giorno deve sborsare 200 euro per avere due ore d'acqua. In un mese quella società andrà sicuro in fallimento. Quanto spendono Posillipo e Canottieri per giocare una partita di pallanuoto alla Scandone? Quasi mille euro a partita. E la Scandone è comunale. Ecco cosa intendo per interventi extra. Perchè se noi vogliamo far crescere la pallanuoto, se vogliamo che, ad esempio, Velotto resti a Napoli in una squadra competitiva, non si può pensare che ci siano questi costi a carico delle società per utilizzare impianti pubblici. Perchè se no il Velotto della situazione lascerà il suo club, e per crescere e andrà a Brescia, se non a Recco. E mentre determinati club hanno mezzi economici sufficienti, o hanno in gestione un impianto, altri club vanno verso l'impoverimento.

Quindi secondo lei non è un problema di vivai?
Anche, ma sotto un altro aspetto. Vede, io ho portato avanti una linea che alla resa dei conti mi ha dato ragione. Noi non abbiamo chiuso le frontiere, ma abbiamo limitato la presenza di atleti stranieri, senza incorrere in infrazioni della Comunità Europea. Il basket lo ha fatto? No. E allora i giovani come possono trovare spazio quando hanno davanti campioni di spessore? Ed è chiaro che se non giocano nel loro club, poi sono le nazionali a pagarne le conseguenze.  I vivai ci sono, ma quando un ragazzo di diciassette o vent'anni cresciuto bene, formato bene, ma senza minutaggio in prima squadra, dopo ore di panchina, si trova catapultato senza esperienza in nazionale, mi dice che risultati può dare? Quanti talenti ci sono negli oratori che tirano i calci al pallone dai sei o sette anni in su? Vengono individuati, crescono in qualche società di provincia per poi finire a fare il quindicesimo o il sedicesimo in qualche grande club.

Quindi quale potrebbe essere la soluzione?
Lo Stato deve prendersi carico di determinate situazioni, agevolando quelle società che spingono sui vivai, che creano atleti, ma che si trovano di fronte a costi insostenibili. Nel nostro campionato ci sono società che non hanno stranieri, ma hanno sette tredicesimi di atleti cresciuti in casa. Atleti che per fare il salto di qualità prima o poi dovranno cambiare calottina. Non per mancanza di allenatori capaci, ma per l'impossibilità delle società a far fronte a costi di gestione dello sport stesso.

 

16 / 11/ 17