Di esperienza in Italia ne ha da vendere. Nato e cresciuto nel Posillipo, in giro tra Lazio, Sicilia e Toscana prima di tornare nella sua Napoli e guadagnare la promozione in massima serie con l’Acquachiara, portiere di assoluto valore che probabilmente ha raccolto meno di quanto avesse meritato per le sue qualità. Di esperienza in Italia Bruno Antonino ne ha da vendere, e, chiusa la carriera da giocatore, va… in America!

Come mai questa scelta?
È nata un po' per caso. Ero in contatto con Giovanni Napolitano (ex giocatore, fratello maggiore di Christian, centroboa dell’Ortigia, ndc), il quale viveva già in California. Mi parlò della possibilità di allenare squadre scolastiche (dai15 ai 17 anni) e di clubs (già dai 12 anni), sono partito con molta curiosità, subito dopo mi ha raggiunto la famiglia. Arrivato qui ho ritrovato anche Potulniski e Marco Palazzo, vecchie conoscenze del nostro campionato.

Una vita dedicata alla pallanuoto anche appesa la calottina al chiodo
Non proprio. Qui la vita è abbastanza cara, tantissimi, come me del resto, hanno più di un lavoro a meno che non si tratti di manager di alto livello con retribuzioni estremamente elevate. Io ad esempio lavoro come impiegato in una grande azienda al mattino, questo mi consente di dedicarmi alla pallanuoto nella seconda parte della giornata. Stancante, ma è quello che mi piace, per cui ha un peso relativo.

Diverso comunque il concetto di sport in USA
Completamente. Qui c’è una cultura diversa, è parte integrante delle attività scolastiche, non per niente nei college, ma anche nei licei, esistono borse di studio per meriti sportivi. Certo, tutto è più facile avendo spazi e strutture magnifiche, ma, come dicevo, è una questione culturale prima di tutto.

E la pallanuoto?
Non è lo sport di riferimento, pur avendo un buon seguito soprattutto verso le squadre femminili. In California si concentra la quasi totalità delle attività di tutto il Paese, ci sono stati americani dove non sanno quasi cosa sia, qui invece è molto più conosciuta e seguita. I tornei si svolgono in estate nelle vasche all’aperto, spalti affollati sia nelle partite di campionato che durante le finali. I clubs poi sono organizzati anche con cheerleaders che garantiscono spettacolo collaterale, tipo football o basket, i tifosi si fanno sentire, indossano magliette della loro squadra ma soprattutto fanno tifo a favore dei loro beniamini, non contro gli avversari. D’inverno invece sono per lo più i tornei scolastici ad attirare l’attenzione, e poi ovviamente c’è il periodo della preparazione.

Tutto rose e fiori quindi?
No purtroppo. Bambini e ragazzi si divertono e hanno la possibilità di giocare e crescere. Continuano poi nei licei e nei college, ma terminati gli studi c’è un taglio netto delle attività. Non essendoci un campionato, anche dilettantistico, i giocatori per forza di cose non hanno la possibilità di continuare. Qualcuno ha provato esperienze all’estero (Ramirez ed Irwing, quest’anno al Posillipo, i più recenti, ndc), ma sono pochi ed è un peccato, lavoro e sacrifici fatti nel tempo vanno persi, il livello con un campionato organizzato potrebbe salire notevolmente.

Che tipo di pallanuoto si gioca?
Molto fisica, si predilige il contatto. Il giocatore tecnico è più raro da trovare, ed ovviamente fa la differenza.

I campionati degli altri paesi sono seguiti?
Poco. Diciamo che sono le manifestazioni internazionali come Olimpiadi e Mondiali ad attirare maggiormente l’attenzione del grande pubblico. Gli addetti ai lavori ovviamente sono più informati, seguono risultati e gioco per forza di cose, passione oltre che per migliorare le proprie conoscenze.

Radio vasca parla di un Antonino pallanuotista…
Mio figlio Luca di 14 anni, portiere anche lui, ovviamente. Ci è arrivato pian piano, prima era attirato dal calcio come tutti o quasi i bambini. Arrivato qui si è cimentato con più impegno ed ha iniziato ad avere buoni risultati. Ovviamente avendo iniziato tardi è acerbo, vedremo col tempo se riuscirà a colmare il gap, per ora è importante che si diverta prima di ogni altra cosa.

Le manca Napoli?
Tanto. È una città diversa dalle altre, caotica, estemporanea, e per questo affascinante. La cultura americana è l’esatto contrario: schematica, organizzata nei dettagli anche nella vita sociale di tutti i giorni. Per fare un esempio, in Italia all’uscita di scuola i bambini spesso si organizzano per giocare assieme a casa dell’uno o dell’altro, qui se non si programma tempo prima è praticamente impossibile, più per mentalità che per effettiva impossibilità. E così tutto il resto, ancora non riesco ad abituarmi.

Ad una cosa non rinuncia, nonostante migliaia di chilometri di distanza e il fuso orario…
Sono un tifoso sfegatato del Napoli, tra canali satellitari e internet non perdo una partita, anche a costo di svegliarmi all’alba. I miei figli (l’altro è Marco, 9 anni, ndc) mi fanno spesso compagnia, una tradizione di famiglia anche questa. Peccato per come è andata la stagione, con un pizzico di fortuna in più avrei preso l’aereo seduta stante per festeggiare.

Viaggio solo rimandato?
Diciamo che per l’andamento della stagione pallanuotistica è un periodo molto impegnativo, ma se dovesse arrivare uno scudetto all’ombra del Vesuvio il modo di fuggire qualche giorno si troverà!

Nella foto d'archivio
Bruno Antonino con la calottina del Posillipo. A fianco a lui un difensore d'eccezione:Tommy Kasas

03 / 06/ 18

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