Le nuove regole, la loro ratio e le conseguenze per la pallanuoto. Alberto Angelini centra da subito il cuore del problema.
«Il presupposti sono due: in primis la permanenza olimpica, e qui ogni altra valutazione è superflua. Fonti autorevoli dicono che il rischio di essere esclusi è attuale perché si occuperebbero troppi posti per gli atleti nel villaggio olimpico, per questo motivo si sta studiando il modo per far rientrare l’emergenza. Detto ciò non credo che queste regole siano state studiate per rendere migliore la pallanuoto».

Forse no, ma la stanno stravolgendo…
«Diventerà uno sport diverso, simile alla pallamano, come ormai si usa dire. Il ruolo del portiere diventerà ancora più importante ma anche più difficile. Con una coppia in meno di giocatori ci saranno più spazi per esaltare le doti dei singoli, anche il centroboa (che molti pensano possa diventare una figura marginale, ndc), non vedo perché no. Uno sport diverso, non più bello o più brutto, ma diverso».

In ogni caso una rivoluzione non sembra la cosa giusta in questo momento
«È un periodo di grossa crisi, il tiro da 5 metri che ha reso tutto più complicato di quanto fosse per arbitri e pubblico che già è scarso. Tra le tante il campo ridotto a 25 metri, che ritengo ininfluente ai fini del gioco, potrebbe essere un’idea per gestire meglio gli allenamenti e gli spazi in generale. Sembrano tutte scelte politiche, perché se fossero scelte tecniche saremmo sulla strada sbagliata».

Il tiro dia 5 metri. Se riportassero il limite a 7 sarebbe meglio?
«Certo che si, ho giocato con questa regola e sarei favorevole a reintrodurla. Sarebbe un gesto tecnico per pochi ed altamente spettacolare da non utilizzare troppo spesso. Viceversa da 5 metri può anche essere un’impostazione tattica di base di una squadra. Io però l’abolirei completamente già ora 7 contro 7, è una regola destabilizzante per il gioco, lo rende troppo fisico e difficile anche per gli arbitri da interpretare se fallo a favore o contro».

Tornando alle Olimpiadi, in passato ci sono stati degli errori nella gestione delle medaglie (gli ori nel 1992 del Settebello e nel 2004 del Setterosa, ndc) che non hanno portato un reale beneficio a tutto il movimento. Quali sono gli errori da non commettere stavolta?
«Purtroppo i benefici sono stati solo per chi li ha ottenuti, quindi della Federazione per esigenze proprie, le società e il campionato non hanno mai tratto vantaggio. Non si è saputo dialogare e camminare su una strada comune per riuscire a sviluppare qualcosa di positivo. È un problema atavico, Federazione da una parte, società dall’altra e finchè sarà così non si ricaverà molto, le società staranno a guardare e raccoglieranno solo le briciole. Ancora non si è deciso di investire su figure professionali per la gestione delle società, le carenze strutturali non favoriscono lo sviluppo. Sembra quasi che ci sia la volontà di non andare tutti sulla stessa direzione, si sono costituite leghe, consorzi, ma poi ognuno va sempre per conto proprio. Anche per le poche buone idee che ci sono state non si è avuta la capacità di standardizzarle e renderle utilizzabili per tutti proprio perché non c’è dialogo tra le società e la Federazione. Ci sono stati buoni dirigenti, ma questa visone non cè mai stata».

In chiusura, le nuove regole se dovessero essere introdotte definitivamente quanto rivoluzionerebbero il lavoro del tecnico?
«Bisognerebbe valutare che tipo di preparazione sarebbe necessaria, test, verifiche sui giocatori, se specialisti del ruolo o universali come una volta, porterebbe momenti di analisi e riflessioni nuove. Vedo un lavoro maggiore dal punto di vista della preparazione tecnico-tattica individuale, aumenterebbero i contropiedi e i tiri da 5 metri di sicuro, mentre la gestione collettiva, superiorità e inferiorità dove l’allenatore cerca di metterci qualcosa di suo, con una coppia in meno e spazi diversi, sarebbe forse più semplice rispetto a quella del singolo».

 

29 / 08/ 16